Lega A - Sassari, Pozzecco "Ci voleva un pazzo che mi desse lavoro"

24.04.2019 08:30 di Redazione Pianetabasket.com   Vedi letture
Lega A - Sassari, Pozzecco "Ci voleva un pazzo che mi desse lavoro"

Prima della finale di andata di FIBA Europe Cup di stasera contro il Wurzburg (palla a due al Palaserradimigni alle ore 20:30) arriva l'intervista per il coach della dinamo Sassari Gianmarco Pozzecco da parte de La Repubblica.

From Formentera. «In realtà cercavo solo un pazzo che mi desse un lavoro (ride). Non per sopravvivere, per fortuna non ne ho bisogno. Volevo solo un club che si fidasse di me».

Stefano Sardara. «Con Stefano Sardara, presidente della Dinamo, ci troviamo bene, forse perché ci somigliamo. La prima telefonata è durata tre minuti, il tempo di dirmi che non avrebbe accettato comportamenti fuori dalle righe. Per il resto avrei avuto carta bianca. Mai avrei pensato di trovare una situazione talmente vantaggiosa, sono stato fortunato, forse Sassari rappresenta un livello che non meritavo». Cos’è, fa il modesto? «No, a stare fuori mi ero un po’ immalinconito. Qui sto divinamente, mi hanno fatto sentire subito uno di famiglia e questo fa la differenza. È il contesto a farti rendere al meglio, mi aiuta a vivere le emozioni in modo giusto».

Testa da giocatore. «Vero. Non mi sento cambiato come approccio alla vita, non mi sento così distante dai giocatori anche se la carta d’identità dice 46 anni. Aiuta questo? Non lo so, ma mi fa stare bene e lavorare meglio. A me».

Carisma? «I grandi allenatori sanno che le partite le vincono i giocatori, puoi inventarti poco se hai gente senza talento. Io ho una venerazione per Obradovic. Persona vera, grande uomo dentro e fuori».

Recalcati. «Charlie è il mio padre putativo, uomo straordinario. Con lui sono riuscito a dare il massimo. La gratitudine per me viene prima di tutto. Quello che ho imparato da Recalcati, ma anche dallo stesso Obradovic e Tanjevic, è che prima di essere un grande allenatore devi essere un grande uomo».

Basket italiano. «Non è tutto da buttare ma bisogna essere consapevoli che non siamo più il secondo campionato al mondo. La Croazia, dove sono stato due anni, è cresciuta in maniera esponenziale, qualche settimana fa siamo stati in Turchia e anche lì la crescita è evidente. Noi abbiamo Milano e basta. Siamo fermi come movimento e come Paese, eppure facciamo finta che non è così. Quel poco che va non basta a nascondere le troppe cose che non funzionano».