Face to Face con Omar Thomas: "In Italia i migliori anni della mia carriera"

 di Iacopo De Santis Twitter:   articolo letto 4123 volte
Face to Face con Omar Thomas: "In Italia i migliori anni della mia carriera"

Per i lettori di PianetaBasket, abbiamo intervistato Omar Thomas, che ha da poco annunciato il suo ritiro. Thomas, che ha passato quasi 7 anni in Italia, è adesso Director of Basketball Operations alla Southern Mississipi University

Ciao Omar. Il tuo ritiro è stato una sorpresa: è veramente arrivato il momento di dire basta? "So che il mio ritiro è stata una sorpresa, per me e i miei tifosi italiani, ma gli ultimi due anni sono stati molto difficili per me, senza la mia famiglia e cambiando 6 squadre in due anni, cosa che non mi era mai capitata nei miei precedenti 10 di carriera. Non so se era questo il momento giusto per smettere, fisicamente stavo bene con 20 punti di media in Libano come in Messico, e stavo guidando la classifica punti in VTB; avrei potuto giocare altri 1/2 anni. Ma ho avuto un’opportunità di far parte di un programma con un team di Division I in NCAA con il mio primo coach"

Nel 2006 sei arrivato in Italia: quale fu il tuo primo impatto con la nostra cultura ed il basket italiano? "La mia prima impressione sull’Italia è che avrei avuto la possibilità di visitare Roma e fare il turista. Ma così ho abbracciato questa cultura e l’Italia è rimasta in assoluto il miglior posto in Europa dove ho giocato nella mia carriera. Anche se onestamente all’inizio ero eccitato dall’idea di essere in Europa come in Italia. Ultimo, ma non meno importante, volevo provare il vero cibo italiano (ride)".

Qual è stato il momento più difficile della tua carriera? "Penso che il momento più difficile della mia carriera sia stato dopo il premio di MVP della stagione con Avellino, quando è uscito fuori il problema del passaporto. Anche se non avevo fatto nulla di sbagliato, credo anche che la federazione mi abbia usato come esempio. E tuttavia non ha veramente funzionato nell’impedire agli agenti di fare altrettanto in altre situazioni".

Sei ricordato come un buon difensore: quali sono sono i giocatori che più ti hanno messo in difficoltà? "La cosa più pazza riguardo al mio gioco in difesa è che non ero mai stato un grande difensore fino al mio arrivo in Europa, e coach Ticchi mi ha spinto a fare di più: così sono diventato un ottimo difensore. I giocatori più difficili da marcare, e che mi hanno dato maggiori problemi, sono quelli che hanno la capacità di prendersi un tiro in qualsiasi momento e situazione".

Hai giocato per molti anni e con tanti diversi compagni: con chi hai legato di più? E chi il era il più forte sul parquet? "Ho giocato per 12 anni ed ogni anno era differente e speciale per qualcosa di diverso. Mi sono trovato bene in tutte le squadre e tutti i paesi dove ho giocato. Succede spesso che gli americani leghino soprattutto con i loro compagni americani ma io ho legato con molti giocatori italiani lungo la mia carriera. Come amici ho Pinton di Brindisi con cui sono sempre in contatto come Cortese di Avellino. Ma sono rimasto legato anche a coach Ticchi e Frank Vitucci, per me tra i migliori coach in Europa e in contatto negli anni con Massimo Maffezzoli e Massimo Galli"

Nel 2014 hai vinto con Sassari la Coppa Italia: quali furono le tue sensazioni? "Quell’anno a Sassari andare alle Final 8 fu speciale perché stavamo lottando per trovare la nostra identità come squadra, sorprendemmo Milano, che giocava in casa, vincemmo contro una squadra con una grande mentalità difensiva come Reggio Emilia, e vincemmo contro Siena in finale. Per me è stato speciale e molto emozionante perché ero appena tornato dalla sospensione per il problema del passaporto, mia moglie e i miei due bambini erano presenti, ed anche i miei genitori vennero a Milano per festeggiare con me quel fantastico momento".

Ad Avellino hai viaggiato a 17 punti di media ed hai ottenuto il premio di MVP. Cosa, tecnicamente, ti ha consentito di vincerlo? "Ho ottenuto il premio di MVP ad Avellino perché avevamo un grande gruppo. Ho svolto solo il mio ruolo al meglio, ed ho fatto tutte quelle piccole cose che spesso tanti buoni giocatori non vogliono fare. Inoltre avevo tanti ottimi giocatori intorno a me che si aiutavano così . Frank Vitucci mi ha creato ottime situazioni di gioco, come i mismatches, ed ho saputo trarne vantaggio".

Hai detto che il tuo sogno era quello di allenare alle High School. Adesso sei approdato alla Southern Mississippi University: puoi parlarci di questa scelta? "Il mio sogno sarebbe essere il coach di mio figlio. Se decidesse di giocare a pallacanestro penso che con la mia etica del lavoro, la mia esperienza e la mia conoscenza del gioco potrei essere un ottimo mentore per molti giovani bambini, soprattutto per mio figlio. Questa decisione è stata per me molto difficile da prendere, perché ho ancora benzina nel mio serbatoio ma penso fosse la miglior decisione per il mio futuro e la mia famiglia. Invece di giocare altri uno o due anni, ho preferito entrare in un programma di un team di Division I che mi prenderà diversi anni. E dove avrò l’opportunità di lavorare accanto ad un grande mentore, il mio primo allenatore, con cui ho ottenuto molti successi e con cui penso sia una grande cosa iniziare questo nuovo capitolo della mia vita".

Intervista a cura di Iacopo De Santis.

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