Varese - Avellino, quanti ricordi per “Dr. Swish” Lauwers

"Avellino la mia casa ideale. La retina di Varese-Veroli è ritornata al suo posto. Lo shooting coach una figura da esportare anche in Italia". La nazionale femminile un possibile banco di prova.
18.03.2018 10:00 di Massimo Roca  articolo letto 633 volte
Fonte: Il Mattino
Varese - Avellino, quanti ricordi per “Dr. Swish” Lauwers

Varese-Avellino è una classica della serie A. Domenica si affronteranno per la diciassettesima volta a Masnago. Una storia professionale che si è intrecciata con entrambe è quella di Dimitri Lauwers. Il trentanovenne belga ha vestito, in successione, entrambe le canotte.

Lauwers, per lei quella di domani non è una gara qualunque…

“Sono passati un po’ di anni e sono cambiate tante cose, ma il cuore è sempre lì a battere per entrambe. Rappresentano un momento ben preciso della mia carriera e della mia vita. Quella di Varese fu una stagione straordinaria. Riportammo la squadra in serie A ad appena un anno dalla retrocessione. Ero arrivato in prestito dalla Virtus Bologna. Avrei voluto restare insieme a gran parte di quella formazione. La società non fu in grado di offrirmi un accordo pluriennale, ciò in cui riuscì Avellino con Cesare Pancotto”.

Cosa è successo a Desio a fine febbraio?

In occasione di un torneo tra vecchie glorie di Varese, Milano e Cantù ho deciso di restituire la famosa retina del canestro di cui mi ero appropriato in occasione della vittoria su Veroli che sancì il ritorno di Varese in serie A. Il posto giusto non era il mio salotto ma lì, dove è ora, a far bella mostra di sé, ed a ricordare un momento importante della storia recente di Varese”.

Un pezzo importante della sua carriera lo ha trascorso ad Avellino. Tre stagioni dal 2009 al 2012… 

“Ad Avellino ho trovato la mia giusta dimensione. Non era un top team, ma una formazione di medio livello in cui sono riuscito a ritagliare il mio ruolo. Sono state tre stagioni intense, belle ma anche molto differenti tra loro. Il primo anno fu con Pancotto che mi volle fortemente ad Avellino. Sfiorammo i playoff dopo un grande avvio di stagione e ci togliemmo la soddisfazione di battere Milano nelle Final Eight che si giocarono ad Avellino. L’anno successivo con Vitucci fu incredibile. Nonostante le difficoltà economiche raggiungemmo il quarto posto nella regular season. La seconda parte di quella stagione è stato il mio momento migliore. Anche complice l’infortunio di Taquan Dean, ebbi spazio e responsabilità. L’anno seguente non fu lo stesso, mi aspettavo una considerazione maggiore”.  

Un addio controverso con spettanze arretrate. Forse ha pagato la sua eccessiva disponibilità?

“Forse sì, altri compagni andarono via prima, ma io ero e sono molto legato alla squadra ed alla città. Mi trovavo bene. Poi la situazione divenne insostenibile. Forse avrei dovuto tenere duro anche in quella circostanza. E’ il mio unico rimpianto. Dopo il mio addio la Sidigas ha impresso il proprio marchio non solo sulle canotte ma anche in società e negli ultimi tre anni ha fatto di Avellino una big del campionato”.

Oggi come finirà?

“Avellino è leggermente favorita ma il pronostico è incertissimo. Più che guardare la classifica, bisogna considerare la situazione contingente, le dinamiche attuali. Varese, prima della sosta, era la miglior squadra del campionato. Avellino ha accusato qualche problema, ma arriva da due successi ristoratori su Brindisi e Minsk”. 

La Sidigas resta una serie candidata al successo finale?

“Si, a patto di mantenere un profilo basso. L’etichetta di favorita porta con sé un peso supplementare. Avellino ha raggiunto il vertice della classifica con qualità, entusiasmo e leggerezza”.

Che cos’è il progetto “Dr Swish”?

“Ho creato questo brand per suscitare interesse e cura da parte dei singoli atleti e delle società nei confronti della specializzazione sulla tecnica del tiro. E’ una figura che manca nel basket pur essendo uno sport basato su questo fondamentale. Negli Usa già esistono gli shooting coach. Potrebbe sembrare tutto un po’ banale ma non lo è: la tecnica si fonde con la fisica e la biomeccanica. Oggi sappiamo numericamente quali caratteristiche deve avere una buona parabola di tiro e dove esattamente nel cerchio la palla deve arrivare per avere la possibilità maggiore di fare centro. Le società sono restie ad impegnarsi. Il maggiore interesse arriva proprio dai giocatori. Pensate ai più grandi talenti italiani come Alessandro Gentile o Matteo Fantinelli se potessero lavorare più specificamente anche sugli aspetti mentali di questo fondamentale. Quando vedo il progetto “lunghi” voluto da Tanjevic e Fucka, sono fiducioso che non solo nelle società di punta e nei settori giovanili, ma anche a livello federale, la formazione diventerà sempre più specializzata. Ci sto già lavorando”. 

Hai qualche dato significativo sulla nostra serie A?

“Ho lavorato con un campione di 30 giocatori fra serie A e A2. La media di tempo di rilascio durante l’esecuzione del tiro era di 0,91 secondi. Dopo qualche correzione è scesa a 0,69 secondi. Pensate che Klay Thompson ha un rilascio di 0,45 secondi. Pensate che queste frazioni di secondi, in partita possono fare la differenza fra prendersi un tiro o dover fare un passaggio in più”. 

C’è un Lauwers nell’attuale serie A?

“Qualche anno fa gli specialisti del tiri non mancavano: Mazzarino, Blizzard, Penberthy, Jobey Thomas, Ryan Hoover. Era quasi una moda quella di avere in squadra un giocatore che magari uscendo dalla panchina poteva spaccare il match. Oggi la ricerca è orientata all’atletismo ed alla fisicità anche a prezzo di pagare qualcosa in termini di tecnica. Se dovessi scegliere un nome direi Parrillo di Cantù”.

Un sogno nel cassetto?

“Negli ultimi tre anni, anche per scelte familiari, ho giocato nelle serie inferiori. Sarà una pazzia, ma sono convinto che, a tre anni di distanza se messo nelle giuste condizioni, possa ancora tenere il campo in serie A. Più realisticamente vorrei aiutare giocatori di Serie A atleticamente al top a compiere quei salti di qualità nelle scelte di tiro che sono necessari per raggiungere un livello da nazionale o NBA che sia”.