Scatta la NBA. Più entusiasmo ma meno soldi

25.10.2010 11:34 di Matteo Marrello  articolo letto 682 volte
Fonte: La Stampa
Chris Bosh, Dwyane Wade e LeBron James, il trio che vuole tornare a far sognare Miami
Chris Bosh, Dwyane Wade e LeBron James, il trio che vuole tornare a far sognare Miami

Domani in America i giganti ricominciano a stropicciarsi sui parquet, ma fra i gargarismi degli speaker, le mossette delle cheerleaders e l'isteria globalizzata delle tv - 212 nazioni collegate in 42 lingue - il jingle d'apertura di uno degli show sportivi più popolari del pianeta potrebbe benissimo suonarlo al pianoforte Paolo Conte, avvocato in Asti. Sì, perché questa volta, come già 12 anni fa, il Campionato Nba sembra una questione da Sindacato miliardari. Giocatori contro proprietari: la partita che conta, per il momento, è questa. Palloni da schiacciare nel cesto e contratti da buttare (pare) nel cestino, con il rischio di un nuovo «lockout», di uno sciopero simile a quello che nel 1998 durò 204 giorni - il più lungo nella storia - e costrinse la Nba a ridurre da 82 a 50 giornate la regular season per salvare il campionato. La situazione, vista da fuori, è un filo schizofrenica. Il mercato estivo è stato torrido, gli spostamenti da shock: Shaquille O'Neal a Boston, Amar'e Stoudemire a New York e soprattutto LeBron James da Cleveland a Miami, dove il Predestinato è andato a completare un trio delle meraviglie a fianco di Dwayne Wade e Chris Bosh. Le attese sono altissime, l'idea è di riprendere lo spettacolo dove era finito l'anno scorso, con le sette finali mozzafiato fra i Lakers e i Celtics. Sulla sceneggiatura c'è scritto che stavolta toccherebbe proprio a Miami sfidare Kobe Bryant & Co, i campioni in carica della sempiterna L.A. Sullo sfondo una Lega popolarissima, che può contare su piazze interne di nuovo calde come Chicago e New York, e in continua espansione e crescita a livello mondiale, con una audience vicina al massimo storico spalmata da Westminster alla Muraglia Cinese. Merchandising da urlo, botteghini sempre affollati nonostante la crisi. Quindi? L'errore sono i bilanci o almeno la versione dei bilanci sventolata dai proprietari delle 30 franchigie della Lega. Il basket pro a stelle e strisce piace a tutti, guadagna molto, ma spende troppo: l'anno scorso il passivo totale è arrivato a 370 milioni di dollari. Alla fine della stagione scadrà il Cba, il vecchio contratto collettivo firmato nel 2005, i proprietari hanno chiesto ai giocatori di rinunciare a una buona fetta di stipendi (oltre il 20 per cento), pena la serrata. «E un argomento che mi sta a cuore, perché gli ultimi 27 anni della mia vita gli ho spesi lavorandoci duramente», ha spiegato recentemente David Stern, commissioner della Nba dal 1994. «C'è una proposta sul tavolo, ne discuteremo. Purtroppo il mondo è cambiato, fare le cose che abbiamo sempre fatto è diventato costoso, bisogna resettare la situazione. Oggi la Lega va avanti perché i proprietari continuano a ripianare le perdite, ma non è un modello di business sostenibile a lungo». Platini approverebbe. Il progetto degli «owners», dei padroni dei team è un risparmio di circa 700-800 milioni di dollari, e la voce principale da tagliare sarebbe proprio quella relativa agli stipendi, oggi pari al 57 per cento delle entrate complessive. Il prossimo meeting è fissato a febbraio, ma per ora le posizioni restano distanti. «Un bilancio cambia a seconda di come lo si legge», ribatte infatti Billy Hunter, direttore esecutivo della Nbpa, l'associazione giocatori. «Il passivo potrebbe anche non essere per niente tale, visto che se non si contano interessi e svalutazione 250 di quei 370 milioni di dollari svaniscono, e il resto è basato su una previsione di calo di pubblico che in realtà non si è verificato». Lacrime di coccodrillo? Al lamento dei team che citano il crescere delle spese di marketing e promozione e i 200 milioni di perdite annuali causate dal vecchio accordo, la classe tiratrice ribatte che piangere sui costi e poi spendere 2 miliardi di dollari in nuovi contratti, come è successo quest'estate, non è etico. Specie se a spuntare ingaggi record, dai 30 ai 40 milioni di dollari, nel recente passato sono stati personaggi non proprio travolgenti come Adonai Foyle e Drew Gooden. Sotto il tiro (dialettico) dei giocatori c'è anche io scarso senso della solidarietà della Nba, che soffocherebbe i team minori. Nella Nfl, la lega del football, la squadra di casa e quella ospite dividono l'incasso con un rapporto di 60-40, nella Nba gli ospiti non beccano niente. Nella Mlb, la lega del baseball, il 35 per cento delle entrate locali di un team (ad esempio diritti tv e radio) vengono versati in un fondo comune e ridistribuiti, mentre nella Nba non esiste nulla di simile. Nella Nfl circa il 75 per cento delle entrate di un team deriva dai fondi comuni, nella Nba appena il 25 per cento. L'autorevole «Forbes» ha riconosciuto che nel 2009 almeno 12 delle 30 franchigie della Nba sono finite in rosso, e qui la colpa non può essere dei giocatori, piuttosto di chi ha predicato l'espansione continua della Lega, anche a costo di impiantare o mantenere team dove - vedi il caso dei Sacramento Kings o dei Memphis Grizzlies -il mercato locale non è in grado di sostenerle. «Ci sono città e squadre che non possono reggere nell'attuale contesto economico», ha ammesso Stern, uno dei profeti della delocalizzazione della Nba all'estero. «Ma per ora consideriamo la riduzione delle squadre una possibilità molto lontana». Certo, se si pensa che il sito Chicagobusiness.com ha calcolato in 2,7 miliardi di dollari il possibile impatto economico di un ciclo di successi LeBron James a Miami, rompere il giocatolo non conviene a nessuno. Già nel '98 i tifosi mal digerirono lo sciopero, percepito come un bisticcio fra straricchi. Un replay rischierebbe di non essere capito da nessuno e di innescare io sboom. «Credo che l'entusiasmo legato all'inizio della stagione ci permetterà di di negoziare», ha aggiunto Stern. «Tutte e due le parti vogliono fare il possibile per raggiungere l'intesa». Se non altro per evitare di trovarsi a canticchiare, come Paolo Conte, «Sindacato miliardari/, io gli ho dato quei denari/ e non li ho visti più,/ e neanche lui, dimmi tu/un domani che dovessi aver bisogno di quei soldi/ allora, che farò?».
Stefano Semeraro