Peterson, uscita in "grande stile"

06.06.2011 17:09 di Enrico Campana   Vedi letture
Peterson, uscita in "grande stile"

(Enrico Campana) Meglio forse finirla così, levarsi la maschera, affrontare la realtà e magari un’onesta autocritica invece di riproporre scenari hollywoodiani che lasciano il tempo che trovano.
Paradossalmente dopo l’1-3 con Cantù sarà più sollevato anche il (troppo paziente) popolo di Milano che aveva ormai capito i limiti di questo gruppo e non credeva più a miracolose resurrezioni, l’importante era salvare il salvabile, anche se salvo forse Mancinelli ciascun giocatore è stato sotto il proprio standard, e questo è un guaio grosso perché significa ricominciare tutto daccapo, il capitale delle cosiddette risorse umane si è sgretolato, un guaio se deciderà di cambiare allenatore.
Un’altra finale tipo mattanza con Siena sarebbe stata infatti una delusione troppo grossa. La gente era ormai preparata al peggio, la stagione cominciata in maniera deludente e si è conclusa nell’accettazione della realtà. E con un dubbio: il problema sono i giocatori o è il pensatoio?. I giocatori si possono cambiare, per i dirigenti è diverso e Giorgio Armani potrebbe stufarsi.
Il primo grande errore di “casa Armani” in questa stagione? Aver accettato ingenuamente , con vagheggiamenti e mezzi proclami, la perfidia di un pronostico scudetto alimentato ad arte. E cioè proprio dallo scontato favorito, da chi privandosi di alcuni pezzi importanti aveva interesse a stare coperto, e da quella parte delle critica che vorrebbe che qualcun altro facesse il suo lavoro, e ha taciuto perfidamente i ben noti limiti di questi Patroclo incapaci di diventare guerrieri in virtù dell’”armatura” scintillante.
Fra una decina di stranieri, due allenatori, presunti golden boys entrati e usciti dall’ambita porta girevole ,somigliante sempre più all’ingresso di uno di quei lussuosi alberghi retrò, in una stagione improntata a un mercato che si voleva in “grande stile” - per noi invece difficile, col nodo gordiano di un allenatore contestato (Bucchi) e un tandem play-pivot non certo da club di primissima fascia europea - non è mai nata invece quella squadra che Milano aspetta da tre lustri e che il suo popolo e Giorgio Armani meritano. Certamente per dare un senso alla loro storia, alla passione, al progetto in controtendenza con gli umori di questa stagione del basket dove il turn over degli investitori è rallentato, ma anche per ridare slancio a un campionato che ormai, con tutto il (massimo) rispetto per i dominatori, sembra un recital, una partitura.
Lo sport è invece per sua natura, sua vera essenza, incertezza, speranza, divenire, sfida, sudore e lacrime, come cantano i grandi poeti. Ad esempio quella tenzone fra “due atleti ignudi avanti la gara”, nella visione del poeta inglese Marlowe per descrivere efficacemente la bellezza dello sport attraverso il confronto sul campo di atleti perfetti, di pari valore, ai quali spetta esaltare il concetto della sfida ad uso popolare.
L’ultimo capolavoro di Dan Peterson (e che potrebbe essere in fondo la miglior mossa di questa stagione del “pensatoio Armani”..) non è venuto dal campo, ma di aver salutato i playoff garantendo a tutti quanti, compreso se stesso, se un’indulgenza plenaria almeno il meritato rispetto. Ha ringraziato i giocatori, “un gruppo speciale che non si sono risparmiati” e la società “che chiamandomi mi ha aperto il cuore”. “Una scelta che assolutamente rifarei”, ha aggiunto lasciandosi uno spiraglio di speranza per il futuro, magari nel “pensatoio Armani”, dove la sua competenza e il suo stile potrebbero fare ancora comodo mentre i 40 anni di Pianigiani e Trinchieri suggeriscono che il tempo cammina, e magari il nuovo coach non deve essere necessariamente un “guru“, deve essere uno del proprio tempo come ad esempio Nando Gentile, il leader dell’ultimo scudetto, o Luca Bechi che i milanesi ricordano bene per la sfida con Biella in semifinale di due anni fa.
Il grande coach, naturalmente , stavolta qualche colpa ce l’ha. Per cominciare l’aver accettato una squadra costruita da altri e al momento dell’incarico di non aver reso omaggio al suo famoso pragmatismo, quello di pretendere una squadra che rispondesse alle sue convinzioni cercando di restituire prima fiducia ai giocatori a sua disposizione, verificare il loro ruolo, il talento specifico, le motivazioni (vedi la presunta leadership di Hawkins), prima di accettare via via pezze di mercato costose e inutili (vedi l’ex senese Eze e da ultimo Karl).
Il suo famoso “sputare sangue” è diventato un credo accettabile per una selezione di All Star o presunte tali. E in fondo anche un limite di personalità della formazione, se non un rifugio psicologico come accettazione minore della realtà e della sconfitta. Segnare 48 punti, cercare di battere la spumeggiante Cantù con 60 punti con la maggior incidenza del tiro da 3 punti appartiene a un’idea un po’ retrò. Non c’è stato un punto del campo in questa semifinale dove Milano non pagasse un deficit agli avversari, e pur con l’attenuante dell’infortunio di Maciulis, giocatore versatile.
Leggendo e vedendo del disastro-record nel tiro da 3 punti, del gioco perimetrale che ha risparmiato la difesa canturina e abbassato la pericolosità, vengono strani dubbi sulle scelte di questa serie, e giustamente sono premiate con la finale le due squadre col miglior “gioco combinato” attacco e difesa, una mutazione di pallacanestro che riflette gli schemi mentali dei due allenatori che si giocheranno lo scudetto. Che, beati loro, fanno 80 anni in due.
 

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