La via italiana che ci fa tornare agli Europei

07.09.2012 00:50 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 997 volte
Fonte: www.pallarancione.it
Aradori
Aradori

(Enrico Campana)- La crescita di qualche giocatore e le assenze di Bargnani e Belinelli hanno sistemato i ruoli e dato a Gallinari la leadership di cui gode a Denver, ma non si può ipotecare il futuro.

Come lo scrittore Dumas faceva dire ai suoi moschettieri prima e dopo le loro appassionanti imprese, anche il moto di questa Italia è “Tutti per uno, uno per tutti”. Manca solo il successo scontato del filotto di sabato sera a Trieste con la Bielorussia.

Nel ranking delle qualificazioni davanti agli azzurri, in attesa anche di vedere i risultati delle ultime due giornate di Croazia e Germania, anche loro imbattute, considerato il calendario facile ci sarà solo il Montenegro che avrà giocato anche due gare in più.

Gli All Blacks del basket mancavano di Nikola Pektovic che sta alla sua squadra quanto Gallinari a quella azzurra e di Nikola Vucevic, grande promessa dei Sixers. Luka Pavicevic,  il nuovo coach, è andato oltre a ogni più rosea aspettativa centrando in una sola volta i due obiettivi strategici: dimenticare le assenze, qualificarsi e costruire la squadra del futuro. Sul lancio dei giovani, ben quattro,  non poteva andare meglio: se il 18enne Ivanovic, il piccoletto, ha segnato da metà campo il canestro del bliz di Belgrado, i fratelli Sehovic sono stati anch’essi decisivi nel doppio confronto coi cugini, mentre Dubljevic che solo  un anno fa nel Quintetto Ideale dell’europeo Under 20, quello nel quale c’era anche Ale Gentile, ha retto le sfide sotto canestro con big-men esperti e titolati. E non era facile, perché gli avversari erano l’israeliano Eliyahu e la coppia Krstic-Erceg  che dovrebbe essere la forza del Cska di Ettore Messina.

Pavicevic, uno dei coach rampanti che avrà presto offerte importanti da grandi club, è un esponente del filone degli ex giocatori che da noi sta estinguendosi. Il  suo vero capolavoro è stata la scelta del nuovo gruppo. In attesa che cresca Ivanovic, ha cominciato con la scelta del regista scaricando Omar Cook, un muscolare di alti e bassi, per un play vecchia maniera quale Rochestie. Un giocatore d’ordine del campionato francese, senza pretese di tiro, capace “semplicemente”  di leggere il gioco e in possesso della dote ormai rara di far lievitare il rendimento dei compagni, come è successo in queste partite. Ecco perché dovendo trovare il sostituto di Pablo Prigioni, anche il Caja Laboral non si è fatto scappare il match winner invisibile Rochestie.

Partito come outsider, con un giocatore in odore di esplosione, Vladimir Dasic, che Roma avrebbe dovuto tenersi  ben stretta, il Montenegro ha vinto fuori casa nel girone di ferro con Serbia e Israele.

Simone Pianigiani percorrendo altre strade, consone alla sua natura e alla sua scuola, è stato bravo a infilarsi, con una squadra quasi tutta da reinventare, nel  successo della “via slava”.

Sì, la “via slava” ha premiato il rinnovamento di qualità di Germania e Croazia. Gira e rigira, la Germania  non poteva trovare di meglio del  “riservista” Svetislav Pesic al quale si devono i  successi storici, e la qualificazione è venuta senza scosse. Tibor Pleiss potrà  essere l’erede di Nowitzky, e il futuro parla anche per gli altri giganti  Benzing e Jagla, il problema è trovare un play del primo livello. Dopo lo scivolone europeo di Vrankovic col moro americano Draper in regia,  Jasmin Repesa ha ripreso in mano la situazione. Grazie a lui la Croazia era andata a Pechino, è sulla strada giusta per  tornare ai massimi livelli, e non solo perché sono croati i due fenomeni sotto i 18 anni, Dario Saric e Mario Hezonja, il primo già lanciato in queste qualificazioni passando direttamente dalla juniores alla prima squadra. Ripartire col play fatto in casa, Roko Ukic, per un concetto di identità, disciplina, la nazionale come estensione di un concetto di un servizio di patria. Infine, la disciplina, chiarimenti bruschi, diretti, vedi la cacciata dal raduno di Bogdanovic che tornato con la coda fra le gambe si è espresso con la continuità voluta.

La via italiana?. Intanto un principio di sano realismo, la crescita di Hackett, Cinciarini, Aradori va allo sconto come elemento naturale, Carraretto e Maestranzi non potevano essere più il presente e men che meno il futuro. La squadra si è auto selezionata, ha preso coscienza dei suoi limiti, ma anche del proprio valore, niente sogni di gloria, niente voli pindarici sulle ali del trio della NBA, ma un discorso motivazionale individuale e collettivo che ha fatto da collante al gruppo. Nessuno si stagliava sopra gli altri, appunto tutti per uno e uno per tutti.

Paradossalmente l’assenza di Bargnani e Belinelli, se vogliamo fare analisi sincere e non ipocrite, come quelle che hanno determinato le sconfitte degli ultimi 3 anni e un cambio di panchina che poteva essere meno traumatico per tutti, ha dato giocoforza a Gallinari la leadership che gli ha riconosciuto Denver giustificando un investimento da 40 milioni di dollari. Non a caso, lui è un pilastro dell’unica squadra arrivata ai playoff con sangue italico, e che nei playoff si è fatto notare. Questo fa comprendere il suo contratto, a livello dei bigs considerando anche il ruolo, perché lui non è un centro e si sa che i centri costano di più.

Gallinari ha giocato da battitore libero, da cecchino, difensore, da medico del pronto soccorso a chirurgo, fino al capolavoro di giocare cinque nell’assenza di Cusin. Non è un caso che le due partite di svolta, quelle con la Turchia, portino la sua firma, quella del top del punteggio, dei rimbalzi , del minutaggio. Ogni altro discorso è ozioso e prematuro, con 16 squadre su 31 e 10-12 formazioni da Legadue, non qualificarsi sarebbe stato da fucilazione. Questi giocatori aspiravano a un momento di notorietà. Aradori prigioniero della grandeur senese ha riacquistato il piacere di essere ruspante. Lui e l’altro selfmademan, lo spiritoso intelligentone  Datome (da oggi l’uomo di Minsk e Kayseri) sono due “acquisti” preziosi. In regìa ci potrebbe essere anche una grande sorpresa, ma intanto  si può avere fiducia nella crescita di Hackett e Cinciarini che hanno un anno davanti per qualificarsi titolari, dopodiché bisognerà fare scelte precise.

Traguardo minimo raggiunto in maniera esemplare e con qualche momento splendido o vibrante come direbbe Crozza parodiando Napolitano. Un anno porta consiglio, ci aspetta una verifica globale per tutto il basket italiano. Cambio di uomini, sistemi, sperando che i sugheri non tornino a galla.  C’è da valutare il Pianigiani turco, il talismano Petrucci, la credibilità della Spaghetti League orba di sponsor e in stato di calamità economica. Non ipotechiamo oggi il futuro, che la festa sia bella. Stare coi piedi per terra è una buona ricetta per non ritenersi migliori degli avversari, e cercare di migliorare invece se stessi.

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