80 anni di Dan Peterson e... di Olimpia Milano

09.01.2016 09:40 di Alessandro Luigi Maggi   Vedi letture
Fonte: olimpiamilano.com
80 anni di Dan Peterson e... di Olimpia Milano

Quando una data di nascita diventa scritta nel destino. 9 gennaio 1936: a Evanston, nell’Illinois, una perla di città adagiata sul Lago Michigan nacque Daniel Lowell Peterson. Stessa data di nascita dell’Olimpia Milano, la squadra cui più si è sentito legato non foss’altro perché poi Milano è diventata la sua città adottiva. Ma in realtà il legame è ancora più forte: Peterson ha smesso di allenare l’Olimpia nel 1987, poi l’ha ripresa in mano brevemente nel 2011 e in diverse occasioni ha avuto un ruolo all’interno del club, però è più corretto dire che Peterson c’è sempre stato. Non è mai uscito, non se n’è mai davvero andato. Quando arrivò a Milano – incredibile – diventò solo il quinto allenatore della storia dopo Giannino Valli, Umberto Fedeli, Cesare Rubini e Pippo Faina. Dopo di lui ce ne sono stati altri 16 incluso Jasmin Repesa. Questa è la storia del suo rapporto con l’Olimpia Milano raccontata alla nostra web-tv.

Primo giorno all’Olimpia – “Mi telefonò Toni Cappellari: Adolfo Bogoncelli mi voleva parlare a Parigi, così il mio primo giorno a Milano fu… a Parigi! Ma il mio primo vero giorno all’Olimpia fu il primo allenamento al Palalido. Non facemmo il ritiro: presi possesso del mio ufficio in via Caltanissetta. Poi andammo in Secondaria al Lido. Avevamo ceduto diversi giocatori, ci mancava Kupec che non era stato ancora preso e Ferracini era in Nazionale. Ero con i miei assistenti in panchina, Roggiani e Casalini, e vidi entrare i giocatori. Roggiani mi disse “Cominciamo?”. Risposi: “Aspettiamo che arrivino tutti”. “Coach sono tutti”. Oddio, sembravamo così scarsi”.

Adolfo Bogoncelli – “Mi ricordava Gianni Agnelli, persino come aspetto. Uno di quelli che incontri poche volte, che hanno una marcia in più e pensano in maniera diversa. Quando firmammo mi chiese una sola cosa, di pesare ogni parola prima di parlare. Non mi disse voglio fare i playoff, vincere questo o quello. Lui si preoccupava del comportamento: non voleva che prendessi falli tecnici. Per lui esisteva lo stile Simmentahl”.

Perché Milano – “Ero stato cinque anni alla Virtus ed era un record che solo Messina ha eguagliato. Bologna è una piazza difficile ma Milano era la New York italiana. In America dicono che non hai fatto nulla se non l’hai fatto a New York. Io conoscevo un po’ la storia, le scarpette rosse… volevo provarci. Certo, forse mi è costato due scudetti che la Virtus ha vinto senza di me”.

I secondi posti – “Mi chiamarono il John Wooden dei secondi posti perché ne facemmo quattro di fila tra Coppa e Campionato, ma per arrivare secondi bisogna andare in finale ed è una strada lunga. Poi sono convinto che qualcosa ci abbiano rubato. E se sto troppo tempo a pensare alla finale di Coppa delle Coppe persa con il Real Madrid mi viene da piangere. Arbitraggio che non dico e vittoria loro con due liberi alla fine di Brian Jackson”.

La fuga di Earl Cureton – “Lo sostituimmo con Antoine Carr: eccezionale, grande ragazzo ma non poteva giocare la Coppa delle Coppe: con lui avremmo vinto certamente. E la finale scudetto, lui con un futuro NBA, la giocò con uno strappo. Mi ricordo Mike D’Antoni che giocò con una frattura al piede contro Varese la mia prima partita allenata a Milano, Ferracini con 15 punti di sutura, giocatori fantastici. Carr fu eccezionale. Ma con Cureton dico una cosa: non avremmo mai perso una partita… lui era terrificante stoppatore, rimbalzista, difensore. D’Antoni mi diceva: Contro di noi nessuno passa mai la palla dentro… Una volta andò in panchina per  falli, vide Cureton marcare il centro avversario e capì tutto. Fu una perdita tremenda. Sylvester mi disse che con lui eravamo una squadra NBA non italiana. E feci mia quella definizione quando arrivò Joe Barry Carroll e vincemmo tutto, non perdemmo mai nei piayoffs e peccato non aver potuto giocare la Coppa dei Campioni”.

Joe Barry Carroll – “Tuttora mi ringrazia per quella stagione. Le prime sei settimane era molto distaccato da me, dalla società e dai compagni. Poi si è innamorato dei compagni: parlavano inglese, gli parlavano in inglese e lui lo rispettava tantissimo”.

Il primo scudetto – “Meneghin si fece male, fuori sei mesi: senza di lui eravamo 7-9, con lui 14-2 e poi 7-1 nei playoff. Con lui 21-3 per dire quanto facesse la differenza. Perdemmo a Pesaro 110-65 e fu un loro errore. Lo dico sempre a Coach Pero Skansi: sbagliarono a darci 45 punti. Ogni volta che giocavamo con la Scavolini ricordavo quel punteggio e i giocatori si arrabbiavano… Fu lo scudetto di John Gianelli: lo chiamavano Pisolo a Milano. Una volta alzarono uno striscione con le forbici: mi chiedevano di tagliarlo. Ma lui era intelligentissimo. Non aveva fatto il precampionato ma era intelligente e versatile. Primo allenamento al Palalido: io, Mike D’Antoni e tre ragazzi, Lamperti, Innocenti e Della Monica per insegnargli gli schemi. Dico: John, se D’Antoni passa la palla a te, poi… e lui non mi faceva finire la spiegazione. Sapeva già tutto. Una volta aveva quattro falli all’intervallo. Mi disse: “Coach, resto in campo, non faccio il quinto fallo”. E non lo fece. Un’altra cosa: non credeva nella 1-3-1. “Non mi piace la zona”, diceva. Poi nei playoff, contro Mestre, noi arrugginiti da tre settimane di pausa. Lui esce per falli. 10 minuti alla fine, sotto 10, panico. Faccio la zona 1-3-1 perché avevo in campo giocatori che ci credevano. Rimontiamo e vinciamo. John mi ferma e mi dà atto: “Coach la zona ha funzionato”. “John, ti ho detto mille volte che non è una zona vera, ci sono i raddoppi… eccetera e soprattutto funziona se i giocatori ci credono”. Mano sulle spalle: “Adesso sci credo anche io”. Lui e Gallinari sono stati i giocatori migliori nel difendere in quel tipo di difesa che abbia mai avuto”.

Gallinari su Wright – “Non passa giorno che qualcuno non mi chieda di quella mossa. A Milano la stampa ha un atteggiamento ipercritico ma quella è stata la prima volta in cui, entrando in sala stampa, mi sono sentito dire: Dan sei un genio. Ho avuto la tentazione di montarmi la testa. Dissi grazie ma prima di arrivare a Gallinari ero passato da D’Antoni, Franco Boselli, Roberto Premier. Ma Gallo era un grande difensore”.

Mike D’Antoni – “Il merito di averlo portato qui fu di Adolfo Bogoncelli, che aveva sempre avuto l’idea di prendere un oriundo, e di Pippo Faina che lo scelse. Trovai un giocatore un po’ sfiduciato soprattutto nel tiro. Credo fosse il terzo anno: avevamo fuori Kupec, fuori Sylvester e dissi “Mike devi tirare di più, almeno 12 volte ogni partita”. Per lui era uno shock. Dissi: “se fai 1/19 va bene, se fai 10/11 abbiamo un problema perché non hai tirato 12 volte”. Così lui non aveva paura di non fare canestro ma di non tirare abbastanza. E quando è arrivato il tiro da tre gli dissi che se aveva la palla e non aveva il difensore addosso aveva l’ordine di tirare. Lui era un super in campo e forse ancora meglio fuori. Tutti gli americani venuti qui devono ringraziarlo. Lui e la moglie Laurel facevano tutto per permetterne l’ambientamento. Non dico che facesse da baby-sitter ma era un collante nello spogliatoio e per me è stato una specie di braccio destro.  Un genio”.

D’Antoni sempre in campo – “Lì la stampa milanese mi ha messo in croce. Mi chiamavano il crudele Dan Peterson, perché non davo mai alcun riposo a Mike, che poi ha fatto la stessa cosa nella NBA con Steve Nash. La verità è che lui voleva stare in campo e io non volevo che lui stesse in panchina. Dicevo: Mike si riposerà… D’estate”.

Bob McAdoo - “Grandissimo uomo anche di allenamento. A lui dicevo: Bob non devi tirare 20 volte a partita, 19 va bene, 21 no. Poi qui si giocavano otto minuti in meno rispetto alla NBA e quindi 20 qui era come 24 laggiù. Gli spiegai che con le difese europee se avesse tirato 20 volte sarebbe arrivato stanco alla fine. Allora facemmo un patto: tira 19 volte poi se serve per vincere la partita potrai prendere il ventesimo tiro. Disse che pur avendo giocato e vinto la Finale NBA, pur avendo giocato le Final Four al junior college di Vincennes, la finale NCAA con North Carolina, la rimonta con l’Aris è stata la partita più intensa della sua vita. Era innamorato della squadra, dei compagni, ha presentato lui Dino Meneghin quando è stato inserito nella Hall of Fame, viene qui ogni estate…”

La rimonta sull’Aris – “Era il 1986/87, eravamo a ottobre, non eravamo in forma perché io pensavo sempre a preparare la squadra per primavera, per i playoffs e in più non sapevamo davvero quanto fosse forte l’Aris: non era come adesso con internet e i video. Non sapevamo bene chi fossero Giannakis, Subotic, Jackson. Poi l’ambiente era tremendo, monete, sputi, tutto. E perdiamo di 31. Io ero sotto shock. Ho pensato che mi avrebbero licenziato. Per una settimana non ho parlato con nessuno, Franco Casalini ha diretto tutti gli allenamenti e io, che non dormivo, mi appoggiavo al sostegno del canestro per non cadere. La prima volta ho parlato alla vigilia dicendo alla squadra che volevo vincere la partita anche di un solo punto. Non volevo che guardassero il tabellone ma il canestro, il pallone, l’avversario. Avrei accettato una vittoria di almeno un punto, battiamo la squadra che ci ha fatto fuori davanti alla nostra gente. Ma ho anche detto che se volevamo recuperare non dovevamo avere fretta di farlo ma recuperare un punto al minuto. All’intervallo eravamo avanti di 14. Poi + 34 alla fine, un punto al minuto nel secondo tempo. A fine gara mi alzo dalla panchina e mi arriva da dietro McAdoo dandomi una pacca sulle spalle. Mi dice “Dan l’abbiamo fatto!”. E io dico “Bob, è stato un miracolo”. Lui “Miracolo? Eravamo convinti tutti! Avevamo visto il nostro allenatore così calmo che sapevamo che ce l’avremmo fatta!”. In realtà ero sull’orlo del K.O. altro che calmo!”

La Coppa dei Campioni – “Mi ha convinto a ritirarmi perché era il completamento del Grande Slam, il coronamento di un sogno, e pensavo di essere sul tetto del mondo dopo tanti anni”.

Il ritorno in panchina – “E’ stata la trattativa più veloce della storia dello sport. Quando il Presidente Proli mi ha proposto di tornare ad allenare l’Olimpia. Ho detto “Accetto!”. Subito. E’ stato bellissimo. Quando siamo stati eliminati ero dispiaciuto per la squadra perché ero innamorato di quella squadra e alla fine ho ringraziato tutti”.

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