Tutta la verità sul Palasport di San Siro

L’Incredibile vicenda di un palasport che è rimasto in funzione solo 8 anni e che Milano non ha più pensato di ricostruire.
 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 912 volte
Fonte: Mario Gurioli
Tutta la verità sul Palasport di San Siro

Milano aveva dal 1933 un palazzo dello sport, inserito nel recinto fieristico, ma realizzato con criteri ottocenteschi : una grande platea a pianta ellittica circondata non da tribune (così come intese ai giorni d’oggi) bensì da una serie ininterrotta di “palchi” , scimmiottando la disposizione dei teatri dell’epoca.  Di volta in volta venivano montate tribune smontabili e oltre che numerose poltroncine in platea.  La situazione si protasse così per tutti gli anni 50, ricordando che Milano disponeva -in alternativa- una sola palestra (la “Forza e Coraggio” di via Gallura) oltre che un utilizzo “improprio” del Palazzo del Ghiaccio di Via Piranesi.
Alla fine degli anni 50 il Comune decise di costruire finalmente una struttura flessibile ma comunque  specifica per gli sport “indoor” milanesi, quali il basket, il pugilato, il volley ed il tennis. Con l’inaugurazione del Palalido, alla fine del 1960, ebbe praticamente termine ogni attività sportiva al Palazzo dello Sport, ad eccezione del ciclismo su pista che anzi godette di grande popolarità grazie alle 6 giorni. L’impianto però, ovviamente, non soddisfaceva né gli organizzatori né il pubblico, per cui Adriano Rodoni, milanese doc e potente vicepresidente del Coni (oltre che presidente della Federazione Ciclistica) cercò in tutti i modi di convincere il Comune di Milano a  realizzare un grande palazzo dello Sport. Ogni tentativo fu vano, il Comune si era indebitato notevolmente per realizzare la linea 1 della metropolitana (avendo ricevuto solo un piccolo finanziamento statale), per cui  maturò l’idea in Rodoni di utilizzare i fondi del Coni (in quel periodo ricco grazie all’apporto del Totocalcio  che insieme al Lotto costituivano  praticamente i soli giochi d’azzardo consentiti). 
La costruzione
 La “potenza “ di Rodoni, la popolarità del ciclismo, il fatto che Roma avesse avuto in dono grazie alle Olimpiadi una serie impressionante di impianti sportivi, furono elementi fondamentali perché nel 1965 il Coni decidesse di finanziare un grande palazzo dello sport a Milano.  Rodoni si fece promotore di una serie di incontri con il Comune affinché lo stesso mettesse a disposizione un’area adeguata. Il Coni avrebbe voluto l’impianto nella zona Est di Milano, ma il Comune fu categorico: l’impianto doveva sorgere nelle immediate vicinanze dello stadio, perché la zona era l’unica che era già attrezzata per accogliere un numero considerevole di sportivi. Pertanto la città non doveva sobbarcarsi l’onere di predisporre altri parcheggi o l’istituzione di nuove linee tranviarie e nemmeno i residenti avrebbero avuto occasione di lamentare problemi per le manifestazioni che si sarebbero tenute nel nuovo impianto.  Il Sindaco Aniasi e l’Assessore Crespi, capita la determinazione di Rodoni e del Coni nel voler costruire il nuovo Palazzo giocarono, a quel punto, al rialzo, per cui chiesero ed ottennero:
 - Che il Coni avrebbe realizzare il Palazzo e ne avrebbe anche garantita la gestione, senza alcun onere per il Comune. Importante notare che contrattualmente il Coni si impegnava a garantire il funzionamento e l’operatività della struttura.   
 - Che il Coni avrebbe avuto la proprietà per 29 anni, dopodiché il Comune avrebbe rilevato la proprietà ad un prezzo prefissato e pari alla metà del budget stabilito per la costruzione. Era data, però, al Coni la possibilità di prorogare la proprietà per ulteriori 29 anni, ma al termine di quest’ultimo periodo la proprietà sarebbe passata gratuitamente al Comune.
 - Che il Coni, nell’ottica di favorire non solo lo sport di vertice, avrebbe totalmente finanziato la creazione di alcuni centri sportivi di base nelle periferie cittadine, sempre senza alcun onere per il Comune.

Il Coni approvò una delibera che accettava tutte le condizioni di cui sopra ed anche Il Comune di Milano approvava una analoga delibera.  L’iter era iniziato per cui il Coni mise a punto un capitolato prestazionale su cui i progettisti avrebbero poi sviluppato il progetto.  Ovviamente era prevista una pista ciclistica di lunghezza omologata, una pista di atletica, oltre ovviamente alla possibilità di installare attrezzature idonee per ogni sport indoor, inclusa una eventuale superficie ghiacciata.
Il giorno xxxx  il Coni aprì la gara per la designazione dell’impresa costruttrice che doveva farsi carico del progetto e della realizzazione, ed il vincitore sarebbe stato individuato proprio in base al progetto ed alla convenienza economica. Nella Commissione giudicatrice, presieduta dal Presidente del  Consiglio Superiore delle Opere Pubblche, erano anche presenti -come rappresentanti del Comune- l’Assessore Crespi e l’Ing. Colombo.
Il 13 dicembre 1969 la Commissione proclamò vincitrice la ditta CONDOTTE D’ACQUA con un progetto che prevedeva una spesa complessiva pari a  lire 2.704.747.613 . Il 3 febbraio 1970 veniva stipulata una convenzione tra il Comune di Milano e il Coni.
Il  24 febbraio 1970 veniva posta la prima pietra del Palasport e nel contempo venivano dati inizi ai lavori per le strutture sportive di base (centro sportivo al Forlanini e sei piscine da realizzare nei quartieri Gorla, Bruzzano, Sant’Ambrogio, Gallaratese, Lorenteggio e Gratosoglio).
In realtà i lavori iniziarono solo verso la fine del 1971, proseguirono non senza interruzioni e modifiche in itinere al progetto iniziale fino a tutto il 1975, con inevitabile aumento dei costi di realizzazione, passati infatti dal preventivo di tre alla cifra finale di nove miliardi di lire. Il bilancio finale parla di oltre 1.000.000 di ore di lavoro, 27.000 metri cubi di calcestruzzo, 4.000 tonnellate di acciaio, 6.000 metri quadrati di vetro. 
Terminati i lavori e completata la fornitura di tutti gli accessori, il 10 gennaio 1976  si svolse un meeting informale di atletica, a porte chiuse, a cui partecipò anche Pietro Mennea.
Sabato 31 gennaio 1976, in diretta tv, con la conduzione di Mike Bongiorno, venne inaugurato il Palasport con  una grande kermesse all’americana, a base di musica e cabaret oltre che una passerella di sportivi tra cui i ciclisti Alfredo Binda, Vittorio Adorni, gli schermidori Dario ed Edo Mangiarotti, il pugile  Duilio Loi. 

L’Impianto
L’impianto, progettato dall’arch. Valle per quanto riguarda gli aspetti architettonici e l’ing. Romaro per quanto riguarda la copertura, colpiva -al primo impatto- per le dimensioni e per la bellezza estetica. Proprio  per questi aspetti oltre che per la innovativa soluzione tecnica della copertura, il progetto fu eletto vincitore del premio europeo 1976  della Convenzione Europea per le Costruzioni Metalliche (CECM) .
Era costituito da una struttura in cemento armato, con ben 24 ingressi,  a pianta ellittica che ospitava le tribune poste sui lati della vasta platea. Da questa struttura si innalzavano 35 mensole, distribuite sul perimetro, che sostenevano la copertura. Quest’ultima  -senza colonne intermedie- copriva una superficie di 15.500 mq, era a pianta ellittica con assi rispettivamente di 144 e 146 m; la parte centrale era realizzala da una sella sviluppata secondo una superficie anticlastica a paraboloide iperbolico in tensostruttura di 128 m di diametro in pianta. sostenuta dalle 35 mensole sopra citate.
La platea accoglieva una pista ciclistica, con curve sopraelevate, di lunghezza complessiva 250 metri e con larghezza 7 metri, una pista di atletica lunga 200 e il “prato” accoglieva anche tutte le attrezzature per le varie discipline dell’atletica leggere. Ovviamente la platea poteva accogliere parquet per il basket/volley (anche se quest’ultimo non entrò mai nell’impianto), il ring per il pugilato, oltre ad ulteriori tribune. In quest’ultimo caso la capienza aumentava da 12.300 spettatori ad oltre 15.000.  Il Palasport aveva pertanto una capienza superiore al Palazzo dello Sport di Roma e al mitico Madison Square Garden dell’epoca. 

L’attività sportiva
All’inizio il palasport non fu pienamente sfruttato, in quanto i costi di affitto frenavano gli organizzatori. L’attività iniziava con la Sei Giorni Ciclistica, primo ufficiale evento inserito in cartellone dal neonato consorzio di gestione dell’impianto, che dal 14 al 20  febbraio del 1976 fu preso letteralmente d’assalto da 87.222 paganti, culminata nell’indimenticabile trionfo della coppia formata dal campione d’Italia in carica, Francesco Moser, e dal belga Patrick Sercu. Il 23 febbraio si svolse il primo concerto musicale con gli Intilli Mani, un gruppo folk cileno, con 12.000 spettatori. Dopodiché arrivarono Holiday on ice (5-6 maggio) e debuttò anche lo politica con Berlinguer il 6 giugno , seguito dalla trasmissione televisiva Giochi senza frontiere (16 giugno) ed i balletti dell’Armata Rossa (26 dicembre-2 gennaio 1977)
Il 26 marzo si svolse il match valido per il titolo europeo dei medi junior tra Vito Antuofermo e Claude Warusfel, seguito il 2 aprile da quello tra Arcari e Mattioli, con ben 12.151 paganti.
Il basket debuttava il 10 ottobre 1976 (con 6000 spettatori) in occasione della sola serata finale del Trofeo Lombardia (derby Innocenti_Xerox, con l’Olimpia trascinata da un super Paolo Bianchi (27 punti) ad una striminzita vittoria su una Xerox di uno scatenato  Jura autore di ben 42 punti) e veniva inaugurato (grazie al genio di Tricerri, presidente regionale della FIP) il binomio calcio-basket. In quella occasione a San Siro la partita di calcio iniziava alle 15 ed alle 17.30 si disputavano l’incontro di basket, dando l’opportunità agli appassionati di seguire i due eventi in successione.
Il basket ritornava al palasport il 28 maggio 1977 per l’amichevole ITALA-USA (107-85). Con l’occasione fu rinnovata la critica al Palazzo: in realtà era un velodromo coperto, adattato a palazzo dello sport, con una distanza siderale tra i protagonisti in campo e gli spettatori in tribuna. A differenza del Palalido, in cui lo spettatore era praticamente incollato alle linee laterali del campo da gioco, qui non era praticamente possibile apprezzare le prodezze stilistiche degli atleti, né tantomeno capire se ci fossero stati contatti o falli.  Il 2 Ottobre 1977 il basket ritornava al palasport in occasione delle partite di finale del Trofeo Lombardia (Varese- Olimpia Milano 84-76 e  Cantù-Xerox 107-94) davanti a 6.000 spettatori. 
Alla fine del 1987 il Coni fece un bilancio dell’attività svolta nell’anno : 81 gg di manifestazioni a cui aggiungere 57 gg di completo inutilizzo per lavori inerenti allestimenti/montaggi/smontaggi, per un totale di 311.225 spettatori di cui 24.852 per l’opera lirica  della Scala, 26.163 per i balletti, 62.502 per la 6 giorni ciclistica, ma si sottolineava anche che tra gli 81 gg vi erano state 22 manifestazioni ciclistiche con una media di soli 841 spettatori. Il Corriere sottolineò queste carenze e scrisse “C’è da augurarsi che finalmente (il Palasport) venga sfruttato come meriterebbe anche per ripagare le attese di Milano che per 2 anni in pratica non si è mai resa conto di avere a disposizione un impianto imponente, bello e funzionale”. Il Coni decideva di incentivare sport e spettacoli che portassero ad un uso più intenso della struttura. Il primo passo fu quello di contattare il basket, ovvero Olimpia e Xerox.
Ed ecco che domenica 8 gennaio 1978 debuttò il campionato di basket con il derby Cinzano-Xerox (105-95) davanti a quasi 10.000 spettatori, replicato la domenica successiva con Cinzano-Mobilgirgi Varese (100-101, dopo 1 t.s., con 45 punti di Morse) davanti a 12.000 spettatori . Di lì a poco, 11-12- marzo 1978, si svolsero (per la prima volta in Italia) gli  Europei indoor di atletica leggera, teatro poi anche dell’edizione 1982. Mennea e Simeoni si laurearono medaglie d’oro mentre il russo Volodja Yaschenko saltando 2.35 conquistava l’oro e stampava il record mondiale (tutt’ora imbattuto) con tecnica ventrale.
 Il basket tornava a san Siro il 19 marzo per  Xerox-Cinzano (81-80). il 3-4 aprile il torneo di tennis WTC vedeva il trionfo di Borg su Gerulaitis.  mentre il 13-14 maggio la ginnastica italiana sfidò quella rumena in cui militava la celeberrima Comaneci. La stagione cestistica si concludeva a S. Siro con l’incontro Xerox-Sapori Siena.

L’anno sportivo 1978-79 avrebbe dovuto sancire l’utilizzo costante del palazzo di S. Siro da parte del basket, ed invece –causa indisponibilità ed altissimi costi per montaggio/smontaggio di tribune supplementari da posizionare attorno al campo da gioco- la presenza di Billy (nuova denominazioe dell’Olimpia)) e della Xerox continuò ad essere sporadica e la situazione si ripetè sostanzialmente anche nell’annata 1979-80.
Il rapporto con il basket rimase difficile e all’inizio della stagione 1980-81 il nuovo proprietario del Billy, Giovanni Gabetti, dichiarò al Corriere: “Il Palalido è troppo piccolo, il Palazzone è assolutamente inadatto al basket. Se il Comune ce lo affitta per un congruo periodo di anni, noi modificheremo il Velodromo Vigorelli e ne faremo il salotto del basket, con 10.000 posti “.  Purtroppo la proposta cadde nel nulla, e il Billy dovette adattarsi -in quanto il team divenne competitivo, richiamando sempre più folla ai botteghini- a scegliere il Palazzone per gli incontri di cartello. E sotto l’ampia copertura si svolsero in quegli anni sfide memorabili quali le semifinali contro la Squibb Cantù (stagione 1980-81, 84-85 dopo 2 tempi supplementari) e la finale annata 1981-82 contro la Scavolini Pesaro con vittoria per un punto 73-72 in gara 2 (dopo l’89-86 di Pesaro), con canestro finale e decisivo di Mike D’Antoni . E’ il 20° scudetto dell’Olimpia, il primo dell’era Peterson.   La stagione 1982-83, con l’Olimpia targata sempre Billy vide le partite più importanti di scena al Palazzone, compresi gli incontri di Coppa dei Campioni. Stagione sfortunata per la squadra milanese: sconfitta in Coppa dal Cantù nella finale di Grenoble e successivamente sconfitto  nella finale di campionato dal Bancoroma, che però a Milano era uscito perdente sia in campionato che nei playoff.
Nel febbraio 1984 la boxe era tornata grande protagonista con il match tra Stecca e Cruz, dove l’italiano conquistava il titolo mondiale supergallo WBA., mentre il successivo 1 dicembre il campione superwelter McCallum manteneva il titolo contro il foggiano –campione europeo- Minchillo. Nel basket la stagione 1983-84 vedeva la supremazia nella prima fase della Olimpia Simac Milano, che dopo aver eliminato nettamente Caserta e Cantù, crollava al palazzone di  Milano contro la Virtus nella prima partita di finale, per poi espugnare il campo di Bologna e ritornare al Palazzone per giocarsi nella sfida finale il titolo:  inopinatamente  però perdeva (74-77) e consentiva alla squadra bolognese di fare festa nel Palazzone milanese per il suo decimo scudetto.  Era il 27 maggio 1984.

L’epilogo
A settembre 1984 si tenne l’ultimo grande concerto con i  Queen (14-15 settembre). Iniziava il campionato di basket e l’anno nuovo trovava l’Olimpia-Simac al palazzone  il 2 gennaio 1985 per l’incontro di Coppa Italia Olimpia Simac-Scavolini Pesaro. Vittoria dei milanesi per 100-81, che però non recuperavano lo svantaggio di 23 punti accumulati a Pesaro e quindi esclusi dalla Coppa, per cui si aveva  una accesissima contestazione del pubblico verso l’asso Carroll accusato di ignavia. Domenica 5 la Simac tornava in campo alle 16.30 contro la Stefanel Trieste, 101-92, consolidando il secondo posto in classifica dietro Roma. Sarebbe stata l’ultima partita di campionato disputata al palazzone.  Il 9 gennaio, la palla a spicchi tornava di nuovo protagonista con l’incontro di coppa Korac Olimpia Simac- Stritel Kiev,  94-86. La serata era gelida e davanti a soli 3.000 spettatori un Carroll finalmente degno della sua fama non era stato contestato, anzi con una prestazione strabordante  aveva zittito i contestatori. Si tornava al palazzone il 15 gennaio alle ore 20.20, sempre per la Coppa Korac. La partita Simac – Stade Francais  108-94 era stata a rischio, in quanto avversari e arbitri arrivarono con ben 30’ di ritardo per problemi di traffico dovuti alla neve che cadeva copiosamente. Sarebbe stata l’ultimissima partita di basket al Palazzone.
Il giorno successivo 16 gennaio, mentre la Simac si allenava al Palalido, l’Inter -impossibilitata ad allenarsi ad Appiano Gentile, causa neve- svolgeva una partitella di allenamento al Palazzone. Sarebbero stati gli ultimi sportivi ad entrare sul parquet. 

Il  Disastro
Occorre ricordare che la copertura era costituita da una tensostruttura, ovvero una serie di funi metalliche che si incrociavano tra loro, che a sua volta sosteneva la struttura di tamponamento (il tetto, per intenderci). Le funi metalliche, quando sotto carico hanno inizialmente un allungamento permanente, per cui è necessario periodicamente controllarle ed eventualmente riprendere la geometria della struttura in modo da rientrare nei valori previsti dal progetto. Fu appurato in seguito che durante il decennio di attività i cavi non solo non erano stati controllati ma si erano allungati eccessivamente, talché la copertura aveva assunto una conformazione anomala (grossolanamente, si era creata una specie di grossa “insaccatura” sul tetto, che interessava la parte centrale della copertura).  Il giorno 16 gennaio 1985, il responsabile tecnico del Palazzone, preoccupato per la quantità abnorme di neve caduta, decise di:
bagnare (o meglio,inondare) la copertura, in modo da sciogliere il manto nevoso che aveva assunto dimensioni preoccupanti (peso del manto 115 Kg/m2, contro 90 Kg/m2 di progetto).
innalzare la temperatura interna al massimo, sempre al fine di tentare di sciogliere la neve, oltre che prolungare il riscaldamento anche nelle ore notturne.
Poche ore dopo ci si accorse con sgomento che l’acqua dal tetto non usciva dalle condotte di scarico, in quanto le stesse erano ostruite da ghiaccio. E ciò era conseguenza del fatto che a settembre, durante i lavori di riverniciatura, fossero stati impiegati dei getti di sabbia per rimuovere la vecchia vernice. Il problema è che la sabbia, anziché essere rimossa, era penetrata nei condotti di scarico ostruendoli. L’acqua di scolo che scendeva dal tetto aveva riempito i tubi, e dato che vi era stato un periodo di freddo intensissimo nei 15 gg precedenti, si era gelata ostruendo completamente le tubazioni.
Per effetto di quanto sopra la copertura era gravata non solo dal peso della neve ma anche dalla acqua che le era stata sparata addosso, la quale -per di più- non avendo la possibilità di uscire, a sua volta si era gelata.
I tecnici del Palazzone attuarono due manovre disperate:
Cercarono di rompere le tubazioni di scarico, sperando di trovare una zona non ghiacciata da dove fare fuoriuscire l’acqua accumulata sul tetto
Dopodiché cercarono di “forare” la volta della copertura, onde consentire all’acqua di cadere sul parquet , Il tentativo accettava di danneggiare seriamente tutte le dotazioni interne al palazzone pur di alleggerire la tensostruttura.
Entrambe le soluzioni fallirono: le  tubazioni di scarico erano interamente ghiacciate, mentre la foratura della copertura non fu decisiva. Nel frattempo il problema diventava sempre più critico  perché si era innalzata la temperatura ambiente con formazione di acqua di fusione la quale andava a confluire nella “insaccatura” sopracitata. Questa situazione, che non comportava un aumento del peso complessivo che gravava sul tetto del palazzone, invece peggiorava notevolmente il carico di alcune funi (quelle che si trovavano al centro della “insaccatura”). Aumentando il carico, le funi si allungavano ulteriormente, la insaccatura diventava ancora più profonda, l’acqua affluiva ancora di più, le funi si caricavano ulteriormente e così via.  Si stima che al momento del disastro, nella zona centrale della copertura vi fosse un carico superiore a 500 kg/m2 (ricordiamo che il progetto prevedeva 50 kg/m2 di peso proprio + 90 kg/m2 per la neve). Alla 1.35 del 17 gennaio, il carico sulle funi più sollecitate comportò che la zona della struttura in acciaio, ove dette funi erano ancorate, collassasse localmente. Le funi, contrariamente a quanto scrissero alcuni giornali, non si ruppero. Una valanga di acqua si abbattè all’interno del palazzone. Fortunatamente non ci furono vittime.

La (mancata) ricostruzione
Il Coni (presidente Carraro,  a sua volta ex presidente del Milan) si preoccupò immediatamente di ricostruire la struttura, ma anche di accertare le responsabilità.  Il comune decise, e non poteva fare diversamente, di restare alla finestra.
La stampa sportiva cominciò anche a suggerire di non limitarsi a ricostruire la copertura, ma anche di riconsiderare il layout interno.  Il Coni incaricò l’impresa costruttrice di valutare il costo per la ricostruzione della copertura e dopo qualche mese ordinò di abbattere la copertura danneggiata, in attesa di capire di chi fosse la responsabilità e quale decisione prendere in merito alla ricostruzione. Nel frattempo, il Ministero aveva inserito Milano in una area di più elevata nevosità, per cui le nuove costruzioni dovevano rispondere a un carico di neve di 144 kg/m2.
Pur essendo legalmente possibile ricostruire la copertura come lo era originariamente con una spesa relativamente modesta (7-8 miliardi di lire), il Coni preferì richiedere alla ditta di redigere un nuovo progetto della copertura tale da soddisfare i valori stabiliti per le nuove costruzioni. 
La situazione precipitò nel dicembre 1986 allorché dopo che l’impresa aveva proposto un nuovo progetto che prevedeva una nuova copertura, idonea alle nuove ipotesi di carico, con una spesa preventivata in circa 20 miliardi (a fronte di un valore del Palazzo, integro, di circa 100). Il Coni bocciò il progetto, giudicandolo gravemente insufficiente dal punto di vista tecnico, e ne approfittò per dichiarare rescisso il contratto ed addebitare il dissesto ad errori di progettazione.
Al di là degli aspetti tecnici, giocarono anche questioni di carattere gestionale: il Coni non era più interessato ad avere una struttura del genere a Milano ed  il presidente della Federciclismo Rodoni –grande sponsor del palazzone- era morto nel gennaio 1985, cosicché addossare la responsabilità del dissesto all’impresa avrebbe consentito di chiudere la pratica Palazzone in termini indolori per il Coni.
Una tale decisione del Coni fu ovviamente contestata in via giudiziaria dell’impresa Condotte ed il Coni -nelle more del giudizio- arrivò (nel 1992) ad un accordo extragiudiziario con l’impresa riconoscendo alla stessa per i lavori di smantellamento che aveva cominciato ad eseguire un risarcimento di 7,5 miliardi di lire.  Al progettista fu riconosciuto, in tribunale, che il progetto era a regola d’arte.  In pratica si preferì addossare la responsabilità al “fato”, ovvero che la nevicata aveva comportato un carico di circa il 50% in più di quanto avrebbe dovuto sopportare la struttura, il che in termini di vere cause era solo formalmente (ma non sostanzialmente) vero.
Il Comune di Milano, che se ne era stato zitto, improvvisamente nel 1988 denunciò la convenzione in atto con il Coni, motivandola con la lentezza nella ricostruzione. I giornali furono prodighi di dichiarazioni dell’Assessore competente che dichiarava di avere ricevuto una proposta da parte di un consorzio di grossi costruttori edili i quali avrebbero costruito sulla stessa area un complesso di 12 torri da otto piani adibiti ad uffici, integrato da un nuovo palazzo dello sport (senza pista ciclistica), che sarebbe stato costruito gratuitamente -a scomputo degli oneri di urbanizzazione, con propria gestione per sessanta anni. 
L’atto del Comune fu il “de profundis” per ogni velleità di ricostruzione del Palazzone da parte del Coni, che infatti si guardò bene dal contestare il provvedimento comunale.
il Comune incaricò il consorzio di imprese di abbattere immediatamente le macerie del palazzone, ma stante le numerose irregolarità del progetto iniziale la nuova costruzione non fu nemmeno iniziata e al suddetto consorzio furono aggiudicati i lavori per la costruzione del sottopasso, di circa 350 metri, che fu realizzato- giusto in tempo per i mondiali di calcio del 1990-  nell’area sottostante l’ex palazzone, al prezzo di circa 50 miliardi di lire. Finiti i Mondiali di calcio si parlò ancora per poco di ricostruzione del Palazzo, perché nel frattempo era partita Tangentopoli, i politici locali coinvolti furono tutti pesantemente colpiti, così come la società edili interessate, mentre  la “Frigoriferi Milanesi” aveva costruito nel frattempo un nuovo grandissimo Palasport ad Assago.
Il progettista, prof. Romaro, scisse così come conclusione della vicenda “Si deve dunque concludere che coloro che hanno fatto abbattere il Palasport (che non è stato più ricostruito) non solo hanno calpestato me, ma hanno anche privato Milano della più grande sala senza colonne intermedie esistente in Italia, una delle più grandi del mondo, che poteva ospitare grandiosi spettacoli sportivi (come la sei giorni ciclistica), concerti ed imponenti riunioni di popolo (come avvenne in occasione della presenza del Papa in Milano).”