Simone Casali, l'algoritmo che ti promuove scout nella NBA

 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1369 volte
Fonte: Alberto Marzocchi - it.businessinsider.com
Simone Casali, l'algoritmo che ti promuove scout nella NBA

Sbarcare Oltreoceano, approdare nel miglior campionato del mondo, è il sogno di tutti. Dal ragazzino che collezionava figurine di Michael Jordan a quello che oggi scatta un selfie con Lebron James. Aspiranti cestisti, giocatori già professionisti, allenatori da ogni parte del globo: per ciascuno di loro il sogno si chiama National Basketball Association. O, per meglio dire, Nba. Ma lo è anche per le decine e decine di figure professionali che vivono di pallacanestro. Perché, si sa, il campionato americano è una specie di Champions League della palla a spicchi che va in scena ogni giorno. Lì c’è il meglio che si possa trovare, sotto ogni punto di vista.

E Simone Casali, milanese di 34 anni, ce l’ha fatta: lavora per gli Houston Rockets, la squadra della stella James Harden, la scorsa stagione fermata in semifinale di Conference dai San Antonio Spurs ma che quest’anno, con l’arrivo di un playmaker fortissimo come Chris Paul, punta a contendere il primato a ovest ai campioni in carica dei Golden State Warriors.

Simone fa parte del team composto da sei scout. Quattro americani si occupano dei campionati USA. Lui e un collega serbo del resto del mondo. Il suo compito, detto in parole semplici, è quello di trovare giocatori dal grande potenziale da inserire nel roster.

“Noi scout siamo gli occhi della squadra – racconta Simone – ci vengono chiesti pro e contro di un possibile acquisto, ne discutiamo con il general manager e aiutiamo la società nel prendere le decisioni”. Ma come ha fatto un giovane italiano a conquistare la lega cestistica più ambita che ci sia? Stare alle parole di una persona che non ama parlare di sé e che per di più non ostenta i propri successi, non basta. “È successo” taglia corto, esortandoci con gli occhi a passare oltre. La verità però sta nei fatti.

Simone si iscrive all’Università di Scienze Statistiche ed Economiche, dove può unire le sue due passioni: numeri e pallacanestro. Crea un algoritmo che permette di riassumere le prestazioni dei giocatori in base alle situazioni di gioco. “Nell’era moderna – riflette col senno di poi – la laurea e le competenze che ho acquisito mi hanno dato un vantaggio rispetto alla concorrenza. Avevo, e ho, uno strumento in più a disposizione per interpretare le partite”. Durante gli studi, frequenta un corso per allenatori. Viene notato da uno dei migliori coach italiani, Pino Sacripanti. Nel 2005 Sacripanti lo chiama a Cantù per guidare le giovanili.

“Di giorno frequentavo le lezioni e studiavo, la sera prendevo l’auto, andavo in Brianza e allenavo”. Finiti gli studi, viene assunto a tempo indeterminato come analista a Seat Pagine Gialle. Per cinque anni, dal 2005 al 2010, sputa sangue: “Dalle 9 alle 18 ero in ufficio – racconta – dalle 19 alle 23 in palestra, più la partita la domenica”. Dal 2010 inizia l’esperienza con l’Olimpia Milano, lascia il lavoro (“per la felicità di mia madre” dice, ridendo) e capisce che può vivere di pallacanestro:in pochi anni passa da assistente coach nelle giovanili, a team manager e general manager della prima squadra. Con la ciliegina sulla torta dello scudetto del 2014, dopo 18 anni di digiuno per la società biancorossa.

Nel 2015 l’Olimpia viene eliminata da Sassari in semifinale playoff e non centra l’obiettivo – dato per scontato a inizio stagione – del tricolore. In estate arriva la proposta da Houston. In quegli anni Director of Player Personnel è l’italiano Gianluca Pascucci, in passato amministrato delegato di Milano. “Ci eravamo conosciuti all’Olimpia e nel tempo siamo rimasti in contatto. Lui sapeva che volevo dedicarmi allo scouting. Quando si è aperta una posizione, mi ha chiamato”. Così Simone vola Oltreoceano.

“L’Nba non è mai cresciuta così tanto come negli ultimi anni – spiega – ha un lusso che pochi altri business possono vantare: tutti i giocatori più forti del mondo vogliono andare lì. Questo suscita attenzioni mediatiche, attira grandi sponsor e porta investimenti”. Solo per citare qualche dato: il BRI (Basketball Related Income) previsto per la prossima stagione, cioè tutti gli introitidel grande carrozzone (dagli incassi al botteghino al merchandising, dai proventi derivanti dalla trasmissione delle partite alle sponsorizzazioni), supererà i 7 miliardi di dollari.

Abc, Espn e Tnt sborsano 24 miliardi di dollari in diritti TV per il periodo 2016-2024, triplicando le entrate televisive della lega rispetto al precedente contratto. Per il merchandising, Nike tira fuori ogni anno 1 miliardo di dollari. “Io la paragono ai Mondiali di calcio – prosegue Simone – con la differenza che qui ogni squadra gioca 82 partite di campionato, playoff esclusi. I dirigenti sono stati abili nel far crescere la parte legata allo sport e agli investimenti e, parallelamente, quella dello spettacolo. C’è uno storytelling dietro ogni squadra, dietro ogni giocatore, che crea personaggi e rivalità. È uno dei campionati più mediatici e più seguiti sui social”. Il giocatore più pagato è Stephen Curry: 201 milioni di dollari in 5 anni. Ma pure i contratti per giocatori di media fascia non scendono sotto i 10-15 milioni all’anno. “I contratti esorbitanti non devono sorprendere – spiega Simone – la Nba è una macchina che produce denaro e gli stipendi dei giocatori sono regolamentati in base agli introiti su base annua della lega (Salary Cap, ndr)”.

E sul proprio futuro? “Non avrei mai pensato di diventare general manager dell’Olimpia Milano né scout per una squadra Nba – confessa Simone – quello che ho imparato è che non si è mai arrivati e che tutto può cambiare in un attimo. Da un certo punto di vista è un mondo totalmente precario, a tutti i livelli. Da un altro, però, se accetti questa realtà, scopri che è anche pieno di opportunità. Perciò non è detto che rimanga in Nba tutta la vita. Con un progetto interessante, tornerei in Europa”.