Pollini-Zandalasini: così vicine, così lontane

Catarina Pollini e Cecilia Zandalasini — 52 e 22 anni, entrambe compiuti il 16 marzo — sono le uniche due giocatrici italiane ad aver vinto il titolo WNBA.
21.03.2018 11:42 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 521 volte
Fonte: ultimouomo.com - Marco Vettoretti
Pollini-Zandalasini: così vicine, così lontane

Ci sono trent’anni esatti di differenza tra le date di nascita di Catarina Pollini e Cecilia Zandalasini. Tre decenni in cui nel mondo della pallacanestro — italiana, femminile e mondiale — è cambiato tutto. A partire dalla pallacanestro stessa, fino ad arrivare al modo in cui questa viene raccontata.

Quello che non è mai cambiato è il fatto che al centro della scena ci siano loro, atleti e atlete con molte più cose in comune di quanto la loro appartenenza ad ere distanti possa suggerire. Atlete come Catarina e Cecilia: trent’anni di differenza e tante cose in comune.

WNBA - Il primo tratto in comune  — quello che salta maggiormente all’occhio sovrapponendo le due biografie — è che Pollini e Zandalasini sono ad oggi le uniche due giocatrici italiane ad essersi messe al dito un anello WNBA. Un tratto d’unione che, però, dice poco o nulla del mare di distanza che corre tra i due titoli, vinti nel 1997 e nel 2017 rispettivamente con Houston Comets e Minnesota Lynx.

Vero: in entrambi i casi le due azzurre hanno visto poco per non dire pochissimo campo, man mano che la posta in palio si faceva più importante. Ma è altrettanto vero che i periodi storici in cui i due titoli si sono andati ad inserire raccontano due storie completamente diverse.

Nel 1997 la WNBA era alla sua stagione inaugurale, lanciata sulla scia dell’entusiasmo dei Giochi Olimpici di Atlanta 1996 — dove i quasi 14 punti a partita di Pollini trascinarono l’Italia fino ai quarti di finale, poi eliminata dall’Ucraina. Un entusiasmo cui facevano da contraltare tutte le inevitabili problematiche di una grande giostra al suo primo giro, le quali, forse, hanno avuto poi un ruolo significativo nel far decidere all’azzurra che una singola parentesi a stelle e strisce potesse bastare.

In quel contesto, in una città letteralmente impazzita per la pallacanestro dopo i due titoli vinti dagli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon nel 1994 e nel 1995, Catarina ci arrivò a 31 anni e con una carriera da protagonista assoluta già alle spalle, sia in Italia che in Europa.

«A Houston ci sono andata con un gruppo di giocatrici che arrivavano dal campionato italiano, quindi l’impatto non è stato traumatico come si potrebbe pensare» ci ha raccontato Caterina Pollini. «Con l’inglese, poi, me la cavavo già piuttosto bene. Il vero trauma sono stati i carichi di lavoro fisico a cui non ero abituata e ai quali ci hanno sottoposto sin dal training camp. Giocando di meno, poi, le difficoltà erano anche maggiori. Ci si allenava spesso da sole e la responsabilità del restare in piena forma era tutta su di noi»

La WNBA di oggi, al contrario, poggia sulle solide basi di un’organizzazione che è andata via via migliorando proprio a partire da quella stagione inaugurale: conscia dei propri limiti e al tempo stesso estremamente consapevole delle grandi opportunità che ancora le restano da esplorare.

La chiamata di Cecilia a soli 21 anni è arrivata a fine giugno dello scorso anno, quasi inaspettata, con una manciata di partite di regular season rimaste da giocare e i playoff da conquistare. Pochi minuti, i primi due punti e una passerella di otto secondi nella decisiva e vittoriosa Gara-5 delle Finals.

«Al di là del vorticoso susseguirsi dei fatti, la più grande difficoltà che ho incontrato è stata quella di immergermi in un mondo dove il professionismo è molto accentuato» ci ha detto invece Cecilia. «Qui in Italia si fa gruppo dentro e fuori dal campo, si condivide quasi tutto; oltreoceano è diverso, in un certo senso si viene responsabilizzate molto di più».

Nonostante le difficoltà e il poco spazio a disposizione, però, il talento cristallino di Cecilia non è passato inosservato agli occhi di Cheryl Reeve, General Manager e coach delle Lynx: è del 7 febbraio scorso, infatti, l’annuncio ufficiale del suo rinnovo con Minnesota, che la porterà a giocare la prima stagione WNBA intera della sua carriera, andando a compiere per la seconda volta quella traversata che quattro anni fa, invece, aveva rifiutato.

Un punto di rottura tra le traiettorie di Cecilia e Catarina è infatti la carriera NCAA, che Zandalasini ha cortesemente rifiutato, declinando le offerte di diversi college per restare in Europa, discostandosi ancora una volta dalla traiettoria di Pollini, che invece giocò nella stagione 1988/89 con la canotta di Texas.

«Non ho rimpianti per quella scelta: la Serie A e l’Eurolega mi hanno permesso di crescere molto nella comprensione e nelle letture del gioco, cosa che al college — dove il focus viene messo più sui fondamentali e sull’aspetto fisico — non credo avrei potuto fare».

Ugualmente competitive

In campo, dal punto di vista prettamente tecnico, il gioco di Zandalasini ha molto poco in comune con quello della “Zarina”. La 22enne di Schio è molto più esplosiva di quanto non lo fosse a suo tempo Pollini, che al contrario ha sempre fatto affidamento su un repertorio di grande coordinazione ed eleganza, qualità che le permettevano di trovare punti nel pitturato contro avversari fisicamente superiori e di risultare decisiva anche nella metà campo difensiva, dove Zandalasini — al netto di alcune giocate favolose — deve invece lavorare ancora tanto.

Discorso inverso va fatto per l’approccio mentale al gioco, dove ogni addetto ai lavori che abbia avuto a che fare con entrambe racconta di due atlete straordinariamente competitive e determinate. «Cecilia ha le stigmate della campionessa, della leader, pur restando una ragazza introversa. A soli 22 anni è già un modello da seguire, al pari di Catarina, che ha raccolto i primi riconoscimenti in giovanissima età» dice Giovanni Lucchesi, assistente allenatore all’Europeo femminile del 1995 e oggi assistente allenatore della Nazionale Italiana Femminile.

«Si sono distinte e si distinguono entrambe per caparbietà ed etica del lavoro, per la costante ricerca del miglioramento e del chilometro in più da percorrere» dice invece Cinzia Zanotti, ex compagna di squadra di Pollini a Cesena e allenatrice di Zandalasini al GEAS Basket.

Con soli quattro anni di Serie A alle spalle, è Zandalasini stessa ad ammettere di dovere e volere ampliare il proprio bagaglio tecnico, così come la stessa Catarina si è ritrovata, nel pieno della carriera, a lavorare assiduamente sul proprio tiro da fuori, così da poter giocare anche da ala.

Il sogno a Cinque Cerchi

Oggi Catarina vive e allena a Lugo, in Spagna, dove ha chiuso la sua carriera da giocatrice e dove è rimasta, ricoprendo diversi ruoli all’interno della dirigenza. È ancora la miglior marcatrice nella storia della Nazionale Azzurra femminile con 3.903 punti ed è entrata nella Hall of Fame della pallacanestro italiana nel 2013, con un palmares di dodici scudetti, sette Coppe dei Campioni e l’argento Europeo di Brno del 1995 — oltre, ovviamente, al titolo vinto con le Houston Comets nel 1997.

«I ricordi più belli restano quelli vissuti con la Nazionale, le Olimpiadi su tutti. A Barcellona ci siamo presentate con poca preparazione alle spalle, arrivando da un torneo di qualificazione immediatamente precedente e senza sapere fino all’ultimo se saremmo entrate nelle otto. Ad Atlanta, diversamente, ci togliemmo anche lo sfizio di arrivare fino ai quarti di finale, giocando in impianti clamorosi e di fronte a decine di migliaia di persone».

Cecilia, invece, con la Nazionale maggiore ha giocato fino ad ora una sola grande manifestazione: quell’EuroBasket 2017 al quale è arrivata con tutti i riflettori puntati addosso, e dal quale è uscita — come tutte le Azzurre — con un mare di rimpianti.

Per la mancata qualificazione alla FIBA World Cup 2018, innanzitutto, e per quel maledetto fallo antisportivo fischiatole a una manciata di secondi dalla fine della partita con la Lettonia, decisiva ai fini della qualificazione. Un fischio del quale si è parlato tanto, troppo, aggiungendo amarezza al rimpianto, e che neanche la sacrosanta inclusione nel miglior quintetto della manifestazione ha fatto dimenticare.

L’avvicendamento in panchina tra Andrea Capobianco e Marco Crespi, poi, ha ulteriormente calcato la mano sul solco tracciato alla fine del torneo. Come se la partita di Praga fosse stata la fine, anziché l’inizio di un nuovo ciclo.

«Al contrario dell’Eurolega — dove la geografia delle favorite può cambiare di anno in anno e dove il budget investito fa quasi sempre la differenza — le Olimpiadi sono un percorso lungo, con tempistiche completamente diverse e da fare assieme a tutte le compagne. La strada per Tokyo 2020, per esempio, è già iniziata per noi: le qualificazioni che stiamo giocando ora ci porteranno ad EuroBasket 2019, dal quale usciranno le qualificate al pre-Olimpico e così via… Il gruppo con cui stiamo affrontando questo percorso si è rinnovato, sia in campo che in panchina, rispetto allo scorso anno. E ciò nonostante siamo partite bene, e siamo ancor più consapevoli di poter centrare i nostri obiettivi».

Il ciclo lo ha iniziato Marco Crespi andando ad aggiungere volti nuovi quali Olbis Andrè e Giuditta Nicolodi allo scheletro di una squadra che aveva estremo bisogno di punti, atletismo, centimetri, e che nelle sue prime quattro uscite ufficiali si è dimostrata via via più sicura, andando a porre rimedio a una brutta sconfitta interna contro la Croazia con due larghe e convincenti vittorie, e mettendosi nelle condizioni di poter centrare l’accesso alla fase successiva senza troppe sofferenze.

Una squadra che, dopo diversi anni, ha trovato in una ragazza appena 22enne quel leader tanto tecnico ed emotivo che cercava da tanto. Esattamente come lo era stata Caterina Pollini a suo tempo.