Dan Peterson: sesto uomo e panchina lunga oggi sono indispensabili

18.04.2018 08:30 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1189 volte
Fonte: Gazzetta dello Sport
Dan Peterson: sesto uomo e panchina lunga oggi sono indispensabili

Il tempo passa. Gli allenatori della Serie A, oggi, usano la panchina molto di più rispetto a 30 anni fa. I motivi?

1. ROSE Ai miei tempi, sia in Italia sia in Europa, le squadra potevano avere solo 10 giocatori a referto. Dal 2003-2004 ci sono 12 giocatori a disposizione. Quindi è anche logico che il coach, avendo più opzioni a disposizione, vorrà pescare la carta vincente dal mazzo. Semplice questione di numeri.

2. CALENDARI Qui entrano in gioco le coppe europee che obbligano le squadre a utilizzare i rincalzi per risparmiare energia, gambe ed evitare il rischio di un infortunio per stanchezza o stress. Per rendere l’idea, quando noi abbiamo fatto il Grand Slam con l’Olimpia Milano in Coppa dei Campioni nel 1986-87, abbiamo fatto un totale di 15 partite. Oggi Milano in Eurolega ne fa 30 solo nella prima fase: il doppio. Venezia e Avellino, quest’anno sono già a 20. I coach sono obbligati a ruotare le loro risorse.

3. INTENSITÀ DIFENSIVA Le difese erano fisiche, atletiche e tecniche anche 30 anni fa. Oggi ancora di più. Per uscire a ricevere un passaggio, un attaccante deve sprintare come Bolt perché il suo uomo è attaccato come un francobollo. Questa intensità è una cosa che sfinisce i giocatori in fretta. Ci sono contatti in ogni azione. Anche l’atleta più in forma chiede qualche minuto di pausa per non andare oltre la soglia della stanchezza. Il suo cambio trova minuti, spazio, tiri e responsabilità.

4. INFORTUNI Ai miei tempi ho fatto giocare lo stesso quintetto base ogni partita, sia alla Virtus (1973-78) che a Milano (1978- 87). Non solo io. Tutti noi sapevamo il quintetto di Sandro Gamba (Varese), Arnaldo Taurisano (Cantù), Valerio Bianchini (Roma), Ezio Cardaioli (Siena). Giocando meno gare e avendo più tempo per la preparazione atletica (compreso il riposo!) c’erano meno infortuni. Oggi ogni squadra deve fare i conti con questa amara realtà e deve sapere utilizzare la panchina per le emergenze.

TUTTI IN CAMPO II concetto di usare l’intera rosa è stato inventato negli Usa. Forse da Vie Bubas di Duke University, negli anni ’60. Poi Dean Smith a North Carolina, negli anni 70. Io l’ho fatto al mio secondo anno alla Virtus, 1974-75. Perché il mio capo, l’avvocato Gianluigi Porelli, voleva che io valorizzassi i nostri. E c’è un solo modo per farlo: farli giocare. L’allenamento è una cosa, ma la partita è un’altra. Invece, nel mio primo anno a Milano, con la «Banda Bassotti» ho fatto giocare tutti i 10 della rosa per diversi motivi: tattica, strategia, necessità, disperazione. Avevo quattro veterani: D’Antoni, Kupec, Sylvester, Ferracini. Dovevo trovare un quinto fra i sei bambini: Paolo Friz, Vittorio Gallinari, Dino Boselli, Franco Boselli, Valentino Battisti, Francesco Anchisi. Miglioravano perché … giocavano! Ci hanno portato alla finale-scudetto. La partita forma il giocatore.

SESTO UOMO I primi ad utilizzarlo? Red Auerbach (Boston Celtics, con Frank Ramsey e John Havlicek); Red Holzman (New York Knicks, con Mike Riordan … anzi, il primo di utilizzare il 6° uomo per spendere falli). In Europa il mitico Aza Nikolic, con la grande Ignis, con Marino Zanatta, un difensore-tiratore-killer. Nikolic è stato il primo a far partire il 10° in quintetto per scombussolare l’altra squadra. Ho cercato di fare altrettanto a Bologna con Marco Bonamico, un 17enne. A Milano, ho usato Franco Boselli, Roberto Premier, Renzo Bariviera, Fausto Bargna e Riccardo Pittis, anche lui 17enne. Tutti grandi giocatori: il sesto uomo è il capitano della panchina, vale un titolare.