NCAA - Francesco Badocchi «In Italia è impossibile far convivere studio e sport»

22.04.2019 00:00 di Redazione Pianetabasket.com   Vedi letture
NCAA - Francesco Badocchi  «In Italia è impossibile far convivere studio e sport»

Il March Madness 2019 ha lauretao Francesco Badocchi, 20 anni, come primo italiano ad aver vinto il campionato di basket NCAA. Papà milanese, mamma americana, ha scelto l'America quando aveva 15 anni, prima come high school, poi come college. Stefano Landi l'ha intervistato per il Corriere della Sera edizione Milano.

Il basket viene prima della scuola. Alla fine ti hanno preso per quello. «Improvvisamente diventa come un lavoro per la serietà che devi garantire. Non hai tempo di sentirti spaesato. E nemmeno di pensare a quelle cose che possono far sbandare un diciottenne».

Sveglia alle 5,30. Primo allenamento alle 6 di mattina in palestra. Poi in classe dalle 9 alle 12. Pausa pranzo al volo (peggio che a Milano): c'è una mensa riservata alla squadra, che è un po' come mangiare in business (ma con un'attenzione alla linea). Pomeriggio di nuovo in campo per quattro ore di allenamento, tra parte giocata e quella parlata dei coach. Ovvio che dopo cena sei da raccogliere col cucchiaino. «Gli amici italiani ti vedono in televisione giocare in palazzetti da 60/70 mila persone e pensano sia tutto bellissimo. Però anche quelli che sono rimasti qui a studiare medicina si fanno un bel mazzo».

Alla costruzione del prospetto di campione partecipano in tanti. C'è un tutor per ogni cosa. C'è il nutrizionista che gestisce il tuo rapporto con la bilancia, l'assistente per lo studio, quello per l'abbigliamento e ovviamente chi si occupa delle questioni di campo: «Così se alle dieci di sera ti viene voglia di andare a fare due tiri, c'è sempre uno dello staff che viene a raccoglierti i palloni». E te la racconta come una fortuna.

Milano e le scuole. Prima in piazza De Angeli, poi al San Carlo. «Che mi apre ogni volta la palestra per tenermi in forma. È bello perché ritrovo gli allenatori che mi hanno cresciuto. E poi vado a giocare in via Dezza...». Dove c'è uno dei playground più rispettati della città. Dove ogni giorno i filippini riscrivono le leggi del basket, dimostrando che tante volte la voglia conta più dei centimetri. «Basterebbero minimi investimenti per rimettere a posto i campetti di strada. In Dezza per esempio c'è un canestro storto. Si avvicinerebbero al basket tanti ragazzi. Invece si vedono sempre le stesse facce». E così resiste il monopolio del calcio.