Dopo 20 anni di carriera, Tomas Ress si proietta al futuro

03.06.2018 10:00 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1496 volte
Dopo 20 anni di carriera, Tomas Ress si proietta al futuro

E' il momento di celebrare la carriera di Tomas Ress, che la chiude con gara 4 a Trento giocando ad altissimo livello a 38 anni una serie di semifinale scudetto. E la prima che ci viene agli occhi è quella realizzata da Daniele Rea per il Corriere del Veneto, e che comincia così:

"È il 23 giugno 2014, ore 22,45 minuto più minuto meno. Gara 5 della finale scudetto tra Olimpia Milano e Mps Siena e i toscani di Marco Crespi, che di titoli ne hanno già infilati sette consecutivi, stanno 3-2 dopo aver sbancato il Forum di Assago. I giocatori, che ti pare, festeggiano. Dal fondo parte uno spilungone alto come un palo della luce, i capelli brizzolati e il viso scavato, segnato come uno dei santi dipinti da El Greco. Lui è il capitano, li raccoglie uno a uno come scolari dispettosi finita la ricreazione e gli urla in faccia: "Dorìt celebrate! Don't celebrate"."

Gara 4 a Trento. Una partita che resterà dentro, perché è stata l'ultima. Mi sarebbe piaciuto andare avanti, magari provare a vincere un altro scudetto. Ma è andata così, alla fine nello sport c'è solo uno che vince.

Per battere Milano dell'ex coach Pianigiani a Siena. Dovrà giocare come ha fatto con noi, con aggressività e pressione per 40 minuti. Non dovranno snaturarsi. Gli mancherà Flaccadori quindi tutti dovranno dare più del 100%.

Da Salorno agli States. Prima di tutto: ma dove sono capitato? Il mio agente all'epoca ini disse che la mia era una scelta dettata per il 9490 da stupidità e per il 6% da coraggio. Alla fine però è servito. Parlavo un inglese ridicolo, mi sono dovuto arrangiare. Già a 14 anni ero partito per Bologna, nella Virtus, ma gli Stati Uniti mi hanno insegnato tanto: sacrificio, etica del lavoro, rigore, applicazione. Pensavo di essere già qualcuno, ho capito che ero nessuno. Ho imparato e ho copiato. E ho dovuto copiare bene. Guardavo gli altri e ho preso qualcosa da tutti, compagni di squadra a coach. Un bagaglio che ho riportato in Italia, più maturo e consapevole.

La prima immagine-ricordo. A Pesaro, con Crespi, avevo 24 anni. A Barcellona in Eurolega chiamò time out e mi ricoprì di rimproveri per un errore non mio. Lo mandai a quel paese. Il giorno dopo ci chiarimmo e mi disse: "Se lo fai ancora finisci in fondo alla panchina e non ti rialzi più. Però intanto dalla prossima volta tu parti in quintetto". E fu così.

Futuro. Resterò a Venezia, ne abbiamo già parlato, vedremo in che ruolo. Un domani mi piacerebbe allenare, magari i ragazzi. Trasmettere quello che ho mi sembra il modo migliore per continuare il cammino.

Cosa senti di aver portato a Venezia. La mia esperienza e la mentalità vincente che ho appreso negli anni di Siena. Infatti lo scudetto vinto con la Reyer è quello che sento più mio, alla fine. La società è molto seria e solida, di strada ne ha fatta tanta e tanta ne può fare.