Di Basket, fede & finanza: intervista a Spencer Nelson

08.05.2018 12:50 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 751 volte
Fonte: Isabella Agostinelli per basketballncaa.com
Di Basket, fede & finanza: intervista a Spencer Nelson

Cosa hanno in comune la finanza, la religione e il basket? Spencer Nelson. Ex assistant coach di Utah State, Nelson ha alle spalle una storia piuttosto particolare: da buon mormone è partito in missione per due anni con la Church of Jesus Christ of Later Day Saints ed è tornato più forte di prima, trascinando gli Aggies al Torneo nel 2005. Dopo aver calcato i parquet più importanti di Europa giocando, tra le altre, con Bamberg, Treviso e Siena, si è dedicato alla finanza, senza mai abbandonare del tutto la pallacanestro. E ha scoperto che Wall Street e lo sport non sono proprio così distanti. Ecco cosa ci ha raccontato sulla sua missione, sulla sua parentesi finanziaria e su quella partita in Eurolega che gli ha aperto le porte dell’Italia.

Nel 2015, dopo aver lasciato il professionismo, hai iniziato a lavorare nel mondo della finanza, dopo aver preso un master proprio in questo campo. Come è avvenuto il passaggio a Utah State?
Quando ancora giocavo a basket, il mio progetto era quello di diventare un giorno head coach. I miei progetti sono cambiati però dopo la nascita dei miei figli: la vita di un allenatore non si sposa bene con la vita famigliare visti i continui spostamenti. Così ho deciso che avrei accantonato per un po’ questo progetto per poi tornarci quando sarebbero stati più grandi. Al college avevo studiato finanza e così, non appena mi sono ritirato dal basket professionistico, ho iniziato a lavorare per una compagnia di Salt Lake City. Ma volevo rimanere legato al basket e quindi, contemporaneamente, lavoravo anche per gli Utah Jazz nell’ambito dei media: possono sembrare due lavori agli antipodi ma, in fondo, entrambi hanno a che fare con le relazioni pubbliche. Poi, circa un anno dopo, coach Duryea, che è anche un mio caro amico, mi ha contattato per informarmi che c’era un posto come assistant coach a Utah State. Non era esattamente quello che mi ero programmato di fare, ma si è trattata di un’opportunità davvero unica e, d’accordo con mia moglie, ho accettato di intraprendere questa avventura.

Ho letto che hai fatto anche un tirocinio a Wall Street? Come è andato e cosa hanno in comune la finanza e il basket?
Sai una cosa? Per quanto possano essere due mondi molto lontani, alla fine hanno in comune molte cose e condividono molti principi: sono due ambienti molto competitivi, richiedono grande dedizione e passione, in entrambi c’è molto lavoro di squadra ma allo stesso tempo anche individuale. Per questo, spesso, vengono richiesti precisamente degli atleti per ricoprire dei ruoli nel mondo della finanza. Ed è stato il mio caso.

Con Utah State la scorsa stagione avete chiuso con un record di 17-17 con gran parte delle vittorie (11) in casa: è vero che il pubblico del Dee Glan Smith Spectrum fa davvero la differenza?
L’atmosfera è bellissima. Se non ci siete mai stati, provate a digitare su Youtube “Dee Glan Smith Spectrum” e vedrete con i vostri occhi di cosa sono capaci i tifosi di Utah State. Io ho avuto la fortuna di giocarci quando ero al college. L’aspetto che secondo me fa la differenza è che, dei 10.000 posti disponibili, ne danno quasi alla metà agli studenti, ragazzi di 18-20 anni appassionati della loro squadra, pieni di entusiasmo e di iniziativa. Ciò crea un’atmosfera elettrizzante per tutto il resto del pubblico e per i giocatori stessi che vengono trascinati così da questa energia. Per non parlare del fatto che ci sono fan di vecchia data che continuano a seguire le sorti della squadra anche a distanza di 16, 20 anni, persone che mi hanno visto giocare e che ancora seguono gli Aggies.

Dopo una regular season non proprio promettente, avete fatto un grandissimo finale di stagione arrivando fino alle semifinali del torneo della Mountain West dopo aver battuto Boise State (#2 della conference) nei quarti. Parlaci un po’ della stagione appena conclusa.
La regular season è stata davvero complessa per noi. Non mi piace cercare scuse, ma abbiamo avuto diversi infortuni. Prima, il nostro centro (lo sloveno Norbert Janicek) si è infortunato durante la offseason e non avevamo un ricambio forte. Poi è stata la volta della guardia titolare (il senior Julion Pearre) che ha perso ben sedici partite. Alla fine abbiamo trovato il nostro equilibrio e, anche se abbiamo perso alcune partite che probabilmente avremmo dovuto vincere, siamo arrivati alla conference con maggiore fiducia. Alla fine della regular season, i nostri fan non sapevano davvero cosa aspettarsi! La gara contro Boise State è stata davvero un’ottima partita da parte nostra: il merito più grande dei nostri ragazzi è stato quello di sapersi unire come squadra e giocare in maniera compatta senza perdersi in egoismi o sensi di colpa.

Pensavate di poter arrivare anche in finale o quella contro New Mexico era una partita proibitiva?
Sinceramente pensavamo di potercela fare, dato che avevamo vinto in casa contro di loro. Conoscevamo il loro gioco, molto veloce e dai ritmi molto intensi sia in difesa che in attacco, e sapevamo che la chiave della partita era quella di attaccare per primi e perdere meno palloni possibili. Abbiamo iniziato bene e siamo riusciti a stare sempre molto vicini nel punteggio. Questa sconfitta ci ha lasciato un po’ di amaro in bocca, ma siamo stati molto orgogliosi di come hanno giocato i nostri ragazzi e della stagione che hanno disputato.

 

La Mountain West si è confermata un’ottima conference, ti aspettavi che Nevada potesse arrivare fino alle Sweet 16?
Sì, il livello della Mountain West è stato davvero alto quest’anno. Penso che sei o sette ragazzi di questa conference in due o tre anni saranno in NBA, staremo a vedere. Per quel che riguarda Nevada, non mi ha sorpreso più di tanto che siano riusciti ad arrivare fino a quel punto: non avevano una squadra molto lunga e quindi la questione centrale era se sarebbero riusciti ad evitare problemi di falli e gli infortuni. Così è stato e quindi sono riusciti ad arrivare a questo importante traguardo.

Utah State per la prossima stagione ha rivoluzionato il suo staff e tu non ne fai più parte. Quali sono le ragioni che ti hanno dato?
Gli affari sono affari e il basket non fa eccezione! La dirigenza vuole una squadra che porta a casa le vittorie e che a fine stagione vanti un record positivo. Ad inizio stagione eravamo ottimisti, ma non siamo riusciti a vincere abbastanza partite. Detto questo, è indubbio che mi dispiaccia lasciare questa squadra, anche perché molti dei ragazzi sarebbero stati con noi anche nella stagione successiva, ma capisco e accetto la decisione presa.

 

Come ti muoverai adesso?
Sto valutando varie opzioni come coach, non solo a livello di college ma anche a livello professionistico. Nulla di concreto tra le mani ancora, ma sto un po’ sondando il terreno.

Ti piacerebbe tornare in Europa, magari al Bamberg?
La verità è che sono ancora in contatto con alcuni coach con cui ho giocato e, se devo essere sincero, ci ho pensato. Forse non sarà per adesso, ma è una opzione che tengo sicuramente aperta per il futuro. Bamberg è sempre nel mio cuore e prima o poi ci ritornerò! Sarebbe fantastico poter fare qualcosa là. Sono sempre in contatto anche con l’Azerbaigian (Nelson ha preso la cittadinanza e giocato con la nazionale azera), stanno cercando di migliorare il programma della nazionale e sarebbe divertente farne parte, ma anche in Italia o in Spagna. Ho sempre avuto dei grandissimi coach e sarebbe un onore poter imparare da loro.

 

Dato che al momento è un tema molto caldo, cosa cambieresti delle regole Ncaa?
Lo sport non professionistico ha delle dinamiche molto complesse, ma che rendono l’Ncaa unica. Naturalmente è fondamentale che le regole si evolvano con il passare del tempo, come si evolve il gioco stesso, ma è importante anche salvaguardare l’unicità dello sport a livello di college. Ciò però è impensabile se non si lavora insieme alla NBA e alle altre associazioni: nessuna organizzazione può pensare di muoversi da sola, ma ci deve essere un lavoro comune. Non so se debba esserci un taglio netto con tutto ciò che è stato nel passato, ma ci devono essere assolutamente dei cambiamenti. Penso che le raccomandazioni che sono state appena stilate dalla commissione Rice non risolvano tutti i problemi; ma in esse ci sono dei punti positivi. È però fondamentale che queste persone sappiano come funziona l’Ncaa e che ne conoscano le dinamiche. Ho paura che su questo aspetto ci sia una sorta di rottura e che quindi si perda la possibilità di trovare delle vere soluzioni.

Parliamo della tua carriera da giocatore. Come Eric Mika che abbiamo intervistato a settembre, dopo il tuo primo anno hai deciso di partire in missione con la Church of Jesus Christ of Later Day Saints. Ci puoi raccontare un po’  questi due anni? Cosa hai fatto?
La cosa più bella della missione, l’aspetto in cui ti cambia maggiormente, è che ti aiuta a diventare una persona più matura. Io avevo 19 anni all’epoca e, di solito, a quell’età i ragazzi sono molto egoisti, molto concentrati su se stessi, sul futuro, sulla scuola e sulle ragazze. La missione mi ha insegnato a mettermi a disposizione degli altri e ad ascoltare le loro necessità; mi ha insegnato a mettere da parte me stesso, a guardare fuori dal mio mondo e a perdermi negli altri. Durante questi due anni, ho studiato molto cercando una via più personale verso Gesù, ma ho soprattutto condiviso questo percorso con le altre persone lungo le strade, nei giardini, negli ospedali o negli orfanotrofi. E mentre aiutavo gli altri, io sono diventato una versione migliore di me stesso.

E proprio come Mika, al tuo ritorno in campo il tuo basket è letteralmente esploso e sei diventato il miglior giocatore della Big West per ben due anni consecutivi. Questi due anni di missione funzionano davvero? In che termini possono essere utili?
La maturità che acquisti durante questi due anni sicuramente ha dei risvolti positivi anche nel basket: ti aiuta ad interagire meglio con i tuoi compagni di squadra e a cambiare la tua mentalità nell’affrontare le difficoltà. Lo sport è una questione di testa. E a dimostrazione di ciò sta il fatto che, in quei due anni, avevo toccato la palla sì e no cinque volte, ma quando sono tornato in campo ero in uno stato mentale molto positivo e quindi sono riuscito a fare un grande salto di qualità nel mio gioco.

Qual è il tuo ricordo più bello del tuo periodo al college? Una partita o un premio in particolare?
Vincere la conference e andare al Torneo NCAA nel 2005. Sono cresciuto seguendo il Torneo in maniera quasi religiosa e registravo tutte le edizioni di “One Shining Moment” (il video che riassume i momenti migliori di ogni torneo) per poi riguardarle ancora e ancora. A chi mi chiedeva quale fosse il mio sogno, a 9 anni avrei risposto “il torneo NCAA” e quindi arrivarci è stato un momento speciale per me. Poi ci sono naturalmente le relazioni con i tuoi compagni e lo staff, cose che apprezzi solo dopo con il passare degli anni.

Parlando di NBA, nel 2005 non sei entrato nel draft, ma non hai neppure atteso di avere una risposta dagli Utah Jazz e sei subito volato in Germania al Bamberg. Qualche rimpianto?
Appena mi sono diplomato, ho avuto una prima offerta dalla Germania che ho però declinato perché volevo fare il camp con i Jazz. Mi sono allenato con loro per un mese e poi mi hanno tagliato, così due giorni dopo ero su un areo per la Germania. Certo, mi saprebbe piaciuto firmare con Utah, ma giocare per Bamberg e la possibilità di fare l’Eurolega era una grande occasione. È stato il mio trampolino di lancio per la mia carriera europea e quindi sono contento della mia scelta. Era davvero una grande squadra e coach Dirk Bauermann era davvero un ottimo allenatore.

Ed è proprio con la maglia del Bamberg che hai fatto una delle tue partite migliori in Eurolega. Vediamo se ti ricordi: 22 dicembre 2005. Giocavi contro una tua futura squadra italiana.
Ricordo molto molto bene quella partita. È stata la partita per la quale mi hanno offerto il contratto con la Benetton Treviso (Bamberg ha vinto per 92 a 85). È stata una partita fantastica e io, Demond Mallet, Richard Stafford avevamo giocato davvero bene. Prima di quella partita non conoscevo assolutamente nulla del basket europeo: non sapevo chi fosse la Benetton e soprattutto non sapevo come funzionasse il sistema di valutazione. Ricordo che eravamo negli spogliatoi e Demon mi dice entusiasta “Spencer, hai 48 di valutazione, incredibile”. E io gli chiedo subito: “E’ una cosa buona?”. Non sapevo davvero di cosa stesse parlando (dice ridendo).

In Italia hai vestito maglie importanti come quelle di Treviso, Siena e Fortitudo. Qual è il tuo ricordo del nostro campionato?
Ho dei bellissimi ricordi del campionato italiano. Il più bello è legato alla vittoria della Coppa Italia con la Benetton Treviso (edizione in cui è stato premiato come MVP). Ricordo la semifinale contro Siena: eravamo sotto di 10 lunghezze a pochi minuti dalla fine e, a forza di tiri di tre, abbiamo recuperato tutto il gap. Poi quel passaggio di Nikos Zīsīs e il canestro di Soragna sulla sirena che ci ha portato alla vittoria per 76 a 75…impossibile da dimenticare!

 

Nel 2014 hai sfiorato lo scudetto con Siena che poi è fallita. Ti ricordi quel tiro di Curtis Jerrells e hai seguito poi le vicende della Montepaschi? 
L’anno in cui ero lì, c’erano già le prime avvisaglie e si respirava un po’ di nervosismo, ma noi giocatori non sapevamo nulla. Ho seguito un po’ le vicende e mi dispiace per come sia andata a finire, dato che è un club che ci ha sempre trattato molto bene. Quel tiro di Jerrells? (si mette le mani nei capelli) Certo che me lo ricordo! E ho ancora gli incubi!