Aradori: "Avellino non è una mia rivale"

"Abbiamo pagato lo scotto del noviziato ma siamo da playoff. L'insegnamento più importante da mio padre: Non cercare alibi. Gli stranieri? Solo se di qualità. Non possiamo essere una D-League"
 di Massimo Roca  articolo letto 1260 volte
Fonte: Il Mattino
Aradori: "Avellino non è una mia rivale"

E’ uno dei big attesi al PalaDelMauro per il match di domenica sera. Pietro Aradori, colonna della Nazionale italiana ed ora punta di diamante della ritrovata Virtus Bologna a forte matrice italiana, sarà uno dei sorvegliati speciali insieme ad Alessandro Gentile. Il suo talento, abbinato al buon momento di forma (16,6 punti di media, 25 punti nell’ultima gara contro Pistoia), si aggiunge alla particolare rivalità con il pubblico di casa, nata nelle serie playoff tra Avellino e Reggio Emilia, la formazione che lo ha visto consacrarsi nelle ultime due stagioni.

Aradori, siete partiti bene, tenendo fede al ruolo di protagonista, poi quattro sconfitte di fila che hanno messo in discussione anche la guida tecnica di Ramagli. Ora di nuovo tre vittorie consecutive: un andamento da montagne russe. C’era da aspettarselo?

“L’inizio è stato davvero confortante. Non ci attendevamo quel filotto negativo anche se poteva essere preventivato. Più che lo scotto del noviziato da neopromossa, ha inciso il peso di un roster fortemente rinnovato. Il segreto è stato accettare la situazione, affrontarla ed uscirne con le ultime vittorie”.

Cosa sta funzionando e cosa vi manca? Dove pensate di arrivare?

“Man mano che lavoriamo in palestra, ci conosciamo e cresce l’intesa. Ci sono gerarchie prestabilite e questo ci aiuta molto. Non ha funzionato la gestione di alcuni finali. Abbiamo imparato sulla nostra pelle questo aspetto e lo abbiamo ribaltato a nostro favore nelle ultime giornate. Il nostro primo obiettivo è quello di qualificarci alle Final Eight. Per il prosieguo contiamo di fare il meglio possibile e di centrare i playoff che ritengo essere alla nostra portata”.

Sempre in doppia cifra finora ad eccezione del match contro Pesaro. Soddisfatto della sua stagione?

“Non posso che essere contento di come stia andando. Conoscevo la città, ho imparato a conoscere anche la Virtus. Mi sto inserendo bene. C’è una società solida ed organizzata”.

Le cifre dicono che lei ed Alessandro Gentile siete i veri “americani” di Bologna…

“In realtà gli americani ci sono ed alcuni hanno anche un passato importante alle spalle. Io ed Alessandro ci conosciamo da anni. Abbiamo sudato insieme tante estati in Nazionale. Siamo molto amici anche fuori dal campo. Ha avuto tanta sfortuna lo scorso anno e non solo per proprie responsabilità. Si sta riscattando da grande giocatore”.

Suo padre è un allenatore di basket. C’è un consiglio insistente che continua a darle anche oggi?

“Lui è il mio primo critico. Mi ha sempre detto di non puntare mai il dito verso gli altri, di non cercare alibi quando le cose non girano, ma di guardarmi allo specchio per trovare in me le possibili soluzioni”.

Perché la scelta di Bologna?

“C’è un grande progetto, la voglia di rinascere di ritornare a competere ad alti livelli in Italia ed in Europa. Ci riusciremo”.

Si aspettava un avvio così difficile di Reggio Emilia?

“Onestamente no, almeno in questa misura, ma quando si cambiano così tanti giocatori pagare dazio è spesso inevitabile. Si stanno riprendendo. Hanno superato il turno in Eurocup e si sono rimessi in carreggiata anche in campionato”.

Da bresciano come vive il momento magico della squadra della sua città?

“Ho tanti amici che seguono la Leonessa. Per anni, nonostante l’assenza ad alti livelli, c’è sempre stata voglia di una squadra di vertice. Un’esigenza che il vecchio palasport non poteva soddisfare. Oggi con la serie A ed il trasferimento a Montichiari tutto ciò è stato possibile. Sono una bellissima realtà. La presidentessa Bragaglio che riesce a coinvolgere tanti sponsor sul territorio”.

Prima Reggio Emilia, ora Bologna: ha fatto parte di progetti in cui gli italiani sono centrali. Qual è il suo pensiero a riguardo?

“Bisogna puntare sulla qualità degli stranieri e non sulla quantità. Altrimenti corriamo il rischio di essere una lega di sviluppo Nba trasferita oltre oceano. Una visione del campionato italiano che peraltro già si riscontra quando si parla di noi in Spagna o in altri campionati. Sono tanti i cestisti, anche di livello basso, che corrono in Italia, attratti dalla prospettiva di mettersi in mostra. Se riusciamo a lavorare bene sugli italiani ed a dare loro uno sbocco, premiando ovviamente chi lavora e merita, credo che possa esserci anche un maggior avvicinamento del pubblico, ormai disorientato da queste meteore straniere”.

Arrivate ad Avellino, in un buon momento contro una formazione altrettanto in salute. Cosa apprezza di più dei suoi prossimi avversari?

“Da tre anni ad avellino si costruiscono delle squadre molto competitive. Il pregio di Pino Sacripanti e di Nicola Alberani non è solo quello di scegliere dei buoni americani ma è anche quello di creare le condizioni giuste per farli rendere al meglio. Ritengo che Fesenko, se a posto fisicamente, sia un giocatore condizionante per qualsiasi avversario. La longa manus di Sacripanti, Leunen, è una garanzia. Hanno esterni forti. Filloy continua il suo momento magico. Rich sta disputando una stagione importante”.

Con Filloy avete adottato un altro “cagnaccio” in Nazionale?

Ci conosciamo dai tempi della nazionale Under 20 diretta proprio da Pino Sacripanti con cui vincemmo una medaglia di bronzo nell’Europeo del 2007. E’ uno dei “nostri”. Sono contento per la carriera che si sta costruendo. Ha fatto benissimo l’anno scorso. Si merita questo momento magico”.

La rivalità con Avellino e con i tifosi è una di quelle che nascono nei playoff. Quanto la infastidisce o quanto la carica questo tipo di “accoglienza”?

“Non sono un ex, né siamo stati rivali in qualche derby. E’ vero, ci sono state queste due serie playoff negli ultimi anni, ma Avellino non la sento come mia rivale storica”.