Il calcio si mangia il basket e l'altro sport a Roma, realtà di società di piccole dimensioni

29.03.2018 09:50 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 712 volte
Fonte: La Repubblica - Cosimo Cito
Il calcio si mangia il basket e l'altro sport a Roma, realtà di società di piccole dimensioni

C'erano un tempo il Banco, la Piaggio del volley, la grande pallanuoto, i quattro scudetti dell'irripetibile biennio '99-2001, le notti magiche dell'altro sport romano, quello che viveva e prosperava all'ombra del calcio, illuminato di luce riflessa sì, ma fortissima. C'era Roma e tutto ciò che in un'immagine Dan Peterson definì «il necessario Polo Sud italiano». Ebbene, quell'essenziale Polo Sud s'è sciolto, liquefatto. Oggi Roma non ha altro sport d'alto livello all'infuori del calcio. Una religione che non c'è sempre stata e che non era mai stata così evidente e così sbagliata.

Proprio il basket, due anni fa, alzò bandiera bianca. Il presidente della Virtus, Toti, preferì autoaffondarsi e ripartire dalla A2. Disse: «Ricominceremo dai giovani e dal radicamento territoriale». «Il guaio vero di questa città» racconta Fabio de Mita, presidente della Stella Azzurra, la società che lanciò Andrea Bargnani, «è l'estrema frammentazione. Non manca la passione per il basket, ma manca una grande calamita che attragga i talenti veri e non li faccia andare altrove. Siamo fermi al mecenatismo, chi c'è c'è, finché c'è. E poi il nostro palazzetto, a Tor di Quinto, ce lo siamo costruiti da soli ma paghiamo un canone annuale al Comune». La Stella Azzurra è in B, un piano più su è la Virtus, che con Datarne nel 2013 arrivò a una partita dallo scudetto. E ora invece, nel girone ovest, è penultima, alla deriva. Quart'ultima è la Leonis Roma.

Poco meglio va alla pallanuoto, con le donne della Sis in A1 e gli uomini della Roma nuoto in A2. Comprendendo tutti gli sport, sono 5.030 le società romane iscritte a registro Coni, quasi 8.000 se si allarga il cerchio alla provincia. Una quantità esorbitante di piccole e piccolissime entità che al momento del salto di qualità vengono bloccate da un problema atavico, quello degli impianti. E il problema non è la penuria, anzi. «Per restare solo agli impianti di proprietà del Comune» spiega Riccardo Viola, presidente del Coni Lazio, «arriviamo quasi a 170. Da qualche giorno il Comune ha approvato un nuovo regolamento che servirà, innanzitutto, a iniziare un vero e proprio censimento di questo enorme patrimonio. E poi speriamo si proceda a un vero e proprio piano regolatore dello sport romano. Niente sarebbe più necessario. Ci sono troppe società che non riescono a crescere perché costrette a star chiuse in palestre scolastiche».

Il Coni Lazio ha individuato un'area di sviluppo possibile: «Nella zona della Fiera di Roma ci sono giganteschi hangar» prosegue Viola, «che opportunamente riadattati potrebbero diventare strepitosi palazzetti per discipline quasi sconosciute a Roma come il ciclismo su pista o l'atletica indoor. La cittadella dello sport è un sogno che vorremmo realizzare presto. Ma serve una mano da parte della politica».

Il tema della frammentazione è ancor più evidente nel volley. In B maschile, la terza serie del volley italiano, le romane sono cinque: Roma Volley, Fenice, Polisportiva Roma, Virtus, Junior Roma. Due i club nella Bl femminile. Un tempo c'era la Piaggio, che arrivò allo storico scudetto nel 2000 ma implose appena due anni dopo. «Quel modello» racconta Antonello Barani, presidente della Roma Volley, «svelò immediatamente qual era la sua sostanza: una mega-operazione commerciale. Noi abbiamo un'altra idea: fare sport sul territorio, convogliare il meglio del volley che riusciamo a raccogliere grazie alle 15 società che fanno parte della nostra academy». E poi c'è la burocrazia: «Abbiamo un progetto per mettere su una tensostruttura al Corviale, ma è fermo in Comune da un anno. In più c'è una mancanza incredibile di tecnici in grado di far fruttare il materiale umano. Il Lazio è la terza regione per tesserati, ma nell'ultimo campionato regionale giovanile siamo arrivati diciottesimi su venti. Il fenomeno è grave, ma se continuiamo in battaglie tra piccoli per portarci via giocatori a vicenda, resteremo piccolissimi. Il futuro è nella sintesi, non nella divisione».