Antonello Riva: «I giovani italiani ci sono ma se conta solo il risultato…»

17.10.2018 08:41 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 2461 volte
Antonello Riva: «I giovani italiani ci sono ma se conta solo il risultato…»

Considerazioni sulla pallacanestro attuale mai scontate di Antonello Riva intervistato oggi da La Gazzetta dello Sport

Giovani recuperati. «E’ il caso di Abass, cresciuto a Cantù, ora a Brescia, ma già passato per Milano, come me. Mi piace tanto, ha una fisicità paurosa. E mi piace l’atteggiamento. Non ha paura di niente e di nessuno. Lotta sempre alla morte su ogni palla. Sembra uno di quelli della mia generazione. Credo sia una colonna per la Nazionale».

Diego Flaccadori. «E’ un ragazzo con una visione di gioco straordinaria, ha un gran tiro, è molto tecnico ed è completo, con la capacità di adattarsi in più ruoli».

Un giovane che le piace? «Direi Stefano Tonut, il figlio di Alberto col quale ho giocato. Chiaro che vedendo che suo figlio cresceva bene, ho dato uno sguardo più approfondito e penso possa arrivare».

Qualità dei giovani di oggi. «Hanno grande sicurezza, mi sembrano molto convinti nei propri mezzi». E cosa manca, invece? «Manca, innanzitutto, la pazienza da parte di chi li cura e li gestisce. A noi si perdonava qualche errore, anche qualche partita persa. Oggi il risultato ha un’importanza maggiore. Si deve rischiare di più con i giovani, ma in un campionato dominato numericamente dagli stranieri non è affatto semplice. Noi, forse, venivamo anche seguiti maggiormente in palestra. Io a 15 anni avevo un preparatore che mi controllava molto di più, sui settori giovanili c’era tanta attenzione»

Ai suoi tempi… «Vedendo i roster e l’andazzo di oggi, posso dire che è stata la nostra fortuna. Oggi gli stranieri sono sette in molte squadre. Si parla tanto di settori giovanili, ma i vivai sono trascurati, i giocatori non vengono fidelizzati. Conta soltanto il budget e si prendono giocatori da ogni parte del mondo a pochi soldi per un anno e così si fa la stagione».

Motivo per cui ha smesso di fare il dirigente? «Esatto. Il principale. Io ho fatto esperienza che non dimentico come Veroli. Bellissima. Due finali perse per andare in Al, due coppe di Lega vinte. Ho fatto il dirigente a Rieti, Roma, Caserta perché mi convinse l’amico Pino Sacripanti. Ma poi andò tutto storto, a livello societario. L’ultima esperienza , quella che mi ha proprio fatto male l’ho vissuta a Barcellona Pozzo di Gotto. Lì ho capito che non volevo più farlo. La cosa che più mi ha infastidito è che mi si chiedeva quasi esclusivamente di diventare una persona con una conoscenza mostruosa del mercato americano e straniero. Mi sarei dovuto attaccare tutto il giorno al video a guardare giocatori e fare mercato così. Ho capito che non era il mio lavoro. Una parte di questo, certo, è fondamentale, ma penso che fare il dirigente in un club sia anche altro. Oggi ci sono ragazzi espertissimi, grandi conoscitori di giocatori. Ma il resto, forse, viene un po’ trascurato. Tanto ci pensano i presidenti». E poi? «Poi sentivo il bisogno di uno stacco. Dagli orari, dal basket stesso, da quel tipo di vita. Dopo 40 anni penso fosse giusto».