Giorgia Sottana: «Un giorno il basket finirà, ma chi sei resta per sempre»

21.03.2018 15:09 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1259 volte
Fonte: snapitaly.it - Elisa Malomo
Giorgia Sottana: «Un giorno il basket finirà, ma chi sei resta per sempre»

Veneta, classe 1988, Giorgia Sottana (Facebook) dall’alto della sua esperienza, e della sua altezza, è uno dei punti di riferimento della pallacanestro femminile italiana. Nel nuovo anno è approdata nelle fila del Fenerbahce Dogus Istanbul dopo aver militato nelle più importanti società italiane, fra cui la Famila Schio. Una vita vissuta nel segno della pallacanestro: il padre allenatore, il fratello giocatore, poi l’ingresso nella Serie A1 e poi nella Nazionale Maggiore. Nonostante risieda nell’Olimpo dell’odierna pallacanestro europea nutre una considerevole passione nei confronti della sua disciplina e il suo obiettivo è quello di migliorarsi sempre di più. Come? Cibandosi di Eurolega, Nba e dando spazio anche ad altre passioni. Un puzzle in cui un gran numero di qualità e potenzialità si intersecano alla perfezione. Questa è Giorgia Sottana ma per conoscerla ancora meglio leggiamo insieme l’intervista.

A 29 anni sei fra le cestiste più forti d’Europa. Esattamente come e quando è iniziata questa bellissima scalata nel mondo della pallacanestro?
È iniziata pressoché subito, da quando ero piccolina. Babbo è allenatore, mio fratello giocava, e io andavo con mamma a vedere tutte le partite solo per andare a far qualche tiro tra un tempo e l’altro.

C’è chi a 15 anni è nel pieno della crisi adolescenziale, Giorgia Sottana invece a quell’età esordiva in serie A1 con la maglia dell’Umana Reyer Venezia Mestre. Che ricordi conservi di quel momento?
Un ricordo bellissimo, anche se ormai lontano. Esordire in serie A è stato il mio primo sogno raggiunto: quando a scuola mi chiedevano che cosa volessi fare da grande, io rispondevo sempre “la giocatrice di basket”.

Dal 2001 sei stata protagonista della Nazionale giovanile e nel 2007 sei approdata nelle fila della Nazionale maggiore in occasione dell’Europeo. Quali emozioni prova ancora oggi Giorgia Sottana nell’indossare la maglia azzurra?
Quando mi chiedono cosa provo a vestire la maglia azzurra, mi piacerebbe saper scrivere esattamente i brividi che sento. Per me vestire questa maglia è come quando hai freddo e ti passano una coperta. Non importa dove sono, cosa faccio, se sto passando un momento buono o difficile della mia carriera, quando indosso quella maglia è come se tutto il resto fosse in pausa, e rimane solo quella fiamma che ho dentro da quando ero piccola.

Venezia, Treviso, Taranto, Schio. Una carriera prevalentemente italiana. Poi la parentesi francese a Montpellier e quella turca al Fenerbahce. A quale di queste realtà assoceresti la parola “casa”?
Tutti questi posti sono stati un po’ casa per me per dei motivi diversi. Sicuramente Treviso è CASA davvero, in quanto è dove la mia famiglia vive e dove ho sempre vissuto. Venezia è casa perché è dove ho esordito, e dove ho superato tanti ostacoli. Taranto è stata casa solo per poco, ma ho un ricordo bellissimo del mio primo scudetto lì. E Schio, beh, Schio forse è quella che è un po’ più casa di tutte. Lì ho creato legami che vanno oltre il rettangolo di gioco e che so resteranno sempre, ed alla fine dei conti casa è proprio questo: dove lasci pezzi di cuore che sai che al tuo ritorno troverai ancora lì.

Nel 2006, in uno dei tuoi momenti atletici migliori, succede il fattaccio: la rottura del legamento crociato. Infortunio che superi a pieni voti ma che torna a darti problemi nel 2009. Con quale consapevolezza hai affrontato un evento del genere?
Alla prima rottura il mondo mi è caduto addosso. Alla fine, come hai detto tu, ero nel pieno della mia adolescenza: io volevo solo giocare, e invece mi sono ritrovata con qualcosa che non avevo previsto. È stato un momento fondamentale della mia carriera perché ho dovuto fare i conti con il fatto che non fossi imbattibile. Così ho scoperto che esistono altre cose al di fuori della pallacanestro, ed è stato bello poter scoprire altre mie passioni. Quando mi è successo la seconda volta nel 2009 ormai ero rodata: appena dopo l’infortunio chiedevo se potevo operarmi l’indomani e togliermi via il pensiero. Avevo già la testa pronta a quello che mi aspettava ed è stato un percorso più sereno se così si può dire.

Ciò che non uccide fortifica. Nonostante questa battuta di arresto i trofei e i riconoscimenti parlano chiaro. Eurosport ti ha nominata tra le migliori giocatrici europee del 2017. Sei soddisfatta del tuo percorso?
Sono molto soddisfatta ma soprattutto sono cresciuta. L’ultimo anno e mezzo della mia vita è stato davvero fondamentale. Ho scoperto tante cose di me e ho fatto un lavoro importante con il mio mental coach, che mi ha permesso di capire i miei limiti e di superarli. È stata, e tutt’ora lo è, un’esperienza davvero interessante: imparare a conoscersi, e avere il coraggio di farlo, per me son stati passi essenziali. Il resto è solo una conseguenza.

L’avvento al Fenerbahce, “un sogno che si avvera”.
Sì, un altro sogno che si è avverato in quanto essere in una delle migliori squadre d’Europa era sicuramente uno dei miei obiettivi. Sono felice che sia arrivata la chiamata, ma ora voglio continuare ad andare avanti, a far altro, raggiungere altri traguardi.

Con un curriculum agonistico di questo tipo, a soli 29 anni, credo tu possa andare ovunque tu voglia. Hai dei sogni nel cassetto?
Sicuramente ho dei desideri. A 29 anni ho imparato che avere dei sogni e realizzarli è bellissimo, ma quello che mi tengo più stretta al petto è l’esperienza fatta per raggiungerli. Lo dico sempre, ed è il mio credo: un giorno il basket finirà, ma chi sei resta per sempre. Ecco, i miei sogni sono strettamente legati al vivere al meglio ogni cosa per essere sempre un po’ migliore di quello che ero. Come persona. E poi come giocatrice.

Playmaker nel rettangolo di gioco…e fuori?
Amo la fotografia e il videomaking, adoro leggere e mi piace da morire scrivere. Ascolto un sacco di musica, e ogni tanto mi piace rappare.

Sport e amicizia. Un connubio inscindibile. C’è qualche rapporto che Giorgia Sottana ha stretto nell’arco della sua carriera a cui tiene particolarmente?
Qualche?! Ce ne sono un sacco di rapporti speciali che ho stretto grazie al Basket. Elencarli sarebbe davvero rischiare di lasciar fuori qualcuno. Diciamo però che quelle 4/5 persone che considero “famiglia” hanno tutte a che fare con la palla a spicchi.

Sei un punto di riferimento per milioni di cestiste e cestisti. Te invece hai degli idoli nel mondo della pallacanestro?
Guardo un sacco di partite tra Eurolega e Nba, sono cresciuta tentando di imitare Jordan, guardandolo consumando le videocassette che aveva mio fratello. Invece ad oggi guardo con un rispetto particolare Nicolò Melli: in qualche modo mi sento legata al suo percorso e penso si meriti davvero di essere dov’è. Si è fatto il mazzo, nessuno gli ha regalato nulla, e a Milano era usato poco. Ha avuto il coraggio di prendere e andare. E ha avuto ragione. Sono davvero contenta per lui.

Il 68-67 e il Mondiale negato. Un boccone amaro che te, insieme a milioni di persone, non sei riuscita a mandare giù. “La tua decisione è una ferita, una cicatrice nella nostra anima”. Scrivesti queste parole all’arbitro che, contro la Lettonia, non vi diede la possibilità di giocare l’ultimo possesso palla. Hai mai ricevuto una risposta?
No, non ho mai ricevuto risposta. E credo che mai la riceverò. Ho scritto quelle parole perché le sentivo dentro. E penso al 100% quel che ho detto. Ma per quanto mi riguarda è un capitolo chiuso: siamo tutti umani e tutti sbagliamo a volte. È tempo di guardare oltre.

Come un uragano, quando giochi trasmetti, a chi ti guarda, una forza e una speranza senza eguali. Che messaggio darebbe Giorgia Sottana a tutte le donne che vorrebbero irrompere e abbattere le ingiuste barriere dello sport professionistico italiano?
Direi loro di fregarsene, e fare quello che amano: sia calcio, basket o rugby. Mi piacerebbe che si pensasse alle “ingiuste barriere” con questa citazione a cui sono molto legata e che mi ha spesso fatto riflettere: “i muri sono lì per un motivo, non sono li per tenerci lontano. I muri sono lì per darci la possibilità di dimostrare quanto profondamente teniamo a qualcosa. I muri sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarli:sono lì per fermare gli altri.”