Pianigiani Scior Dondina

22.01.2018 16:07 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1141 volte
Pianigiani Scior Dondina

Oscar Eleni dalla Milano nascosta di Paolo Valera dove trovi un personaggio che assomiglia tanto al Simone Pianigiani temporeggiatore che al momento di tirare le reti a riva ha scoperto di avere tutto e di più per dominare, pazienza se non risucirà mai a divertire. Questo personaggio è il scior Dondina, chiamato così per la sua andatura dondolane, nel caso dell’allenatore senese per questa smania di cercare una scusa buona, anche se è stato saggio a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno  e lo scriviamo prima che a sua squadra vada in campo contro Cremona in una giornata da celebrare con Mercedes Sosa perché il suo Todo cambia, che ha reso ancora più bello Habemus Papam, va benissimo anche per questo basket che si tira pesci in faccia.
Dunque Pianigiani Dondina così come lo vedrebbe Valera, così come forse si vede lui: Il capo della squadra più potente che spaventa la popolazione cenciosa delle avversarie dal bisogno cronico, quello che la critica affrettata, più che esagerata, l’uomo che i fondeur ( borsaioli della buona fede), gli ammoniti ( o con noi o con Petrucci), i teppisti dei bilanci chiamavano Dondina per quel suo modo di ninneggiarsi e andar via sbilenco.
La Milano di Armani, cioè la creatura di uno dei 14 Paperoni d’Italia, quindi perché preoccuparsi se vuole 12 stranieri e  tessera 20 giocatori mentre gli altri vanno alla questua cercando il nulla che li circonda, è arrivata a scoprire cosa vuole veramente  da se stessa: intanto dominare in Italia e se hai 90 punti nelle mani puoi anche far finta di non sentire gli eterni scontenti che pensano ai buchi difensivi. Lo avesse fatto anche Repesa avrebbe forse evitato il finale umiliante. Milano si esalta  quando gli altri boccheggiano. Se il primo raccolto è vicino lo capiremo a Firenze, in coppa Italia: la squadra di Pianigiani nelle partite ravvicinate sembra migliorare, le altre, partendo dalla capolista Avellino appena raggiunta da Brescia, hanno dei problemi perché i lupi di Sacripanti ne hanno fatti 57 di punti in coppa e poi le hanno prese a Reggio Emilia dove certamente si saranno pentiti di aver tesserato  così tardi per il campionato il veterano Llompart, valenciano, classe 1982. Non parliamo delle altre avversarie al Pala Mandela. Che dire di Venezia  o Torino dove adesso si stupiscono se la gente è almeno perplessa e, fingendo di non sapere con chi hanno a che fare, arrossiscono per il trattamento gelido verso l’ex allenatore Vitucci.
Todo cambia, cara gente, ma se l’Emporio non si svuota da solo e non occupa il posto degli altri come ha fatto l’ex Samardo Samuel invadendo un parcheggio che  spettava magari agli handicapapati, allora questa bella canzone riguarderà soltanto gli altri. Vero che lo sport ci abitua al Todo cambia, a parte i dirigenti, perché succede di tutto tipo che la Kostner, artista sublime sui pattini, vinca una medaglia europea anche cadendo, che il Milan arrivi al successo in rimonta, che Napoli sfati il tabù Atalanta fra cori beceri di razzisti in lega, che le ultime del nostro basket vadano a casa delle prime e le bastonino come ha fatto Brindisi con Torino,  o la bellissima Varese sul campo dei campioni d’Italia della Reyer che ha sbalzi d’umore preoccupanti, che Sofia Goggia racconti della nuova maturità prima di smarrirsi di nuovo sulle stesse nevi del trionfo.
Todo cambia, ma non il modo di graffiarsi in questo basket dove non ci stupiscono le botte sul campo, succede, è successo, succederà sempre, ma ci spaventano gli schiaffi del soldato fuori dalle linee. Gianni Petrucci in una bella ed esauriente intervista a Gigi Riva ( giornalista, scrittore, quello dell’Ultimo rigore di Faruk) sulla Repubblica spiega perché passerà in consiglio la formula sei italiani sei stranieri per squadra anche se per l’Eurolega non vieterà a Milano di avere 12 stranieri 12 come  vediamo già oggi, anche se il scior Dondina  vive sulle due sponde e, ogni tanto, dà spazio persino a Cinciarini tenendo in salamoia il resto degli italiani rimasti che servono come fumo per gli occhi nei quintetti base del campionato. Certo una bella spaccatura ed è vero quello che dice il presidente federale sul pensiero legaiolo: non tutte le società sono d’accordo con il presidente di Milano. Si era capito che c’era del marcio in Basketlandia la sera in cui i maggiorenti dello sport, da Malagò a Baumann, per non parlare di Petrucci, hanno trovato un passaggio anticipato per il rientro alla base saltando la cena al castello e non lasciando, come traccia, neppure una scarpetta di vetro.
L’unica cosa stonata nell’intervista è questo insistere sul fatto che soltanto la gloria in maglia  Azzurra ti fa riconoscere per strada. Questo è un punto di vista che si nota solo in via Vitorchiano. Sei riconosciuto sei fai imprese sportive che restano nella memoria e, per il basket, a Milano, Roma, Bologna, Treviso, dove hanno vinto coppe europee, la gente si ricorda di quei campioni.
A proposito di memoria in uno sport che esagera nelle amnesie, oppure esagera fingendo davvero di avere il desiderio del ricordo per i grandi del passato, una gara irritante fra testate di smemorati, bisogna dire che il basket ha gente che sa  cosa è la riconoscenza. No, non siamo al livello di grandi d’Europa che  agli ex campioni riservano posti e posteggi, ma qualcosa viene  fatto. Spesso ci pensano i giocatori stessi  e Kenney ha celebrato il compleanno (68) dell’ex rivale Meneghin tornando sulla guerra dei colori ai tempi del “ cata su”  fra il suo computer biancorosso e quello gialloblu dell’ex presidente federale. Poi, sempre il Rosso numero uno che sarà felice di scoprire che all’Olimpia crescono i giocatori con scarpette rosse,l’uomo che teneva un martello nella borsa perché in giro vedeva troppi maleducati, avendo saputo dei 60 anni di Premier gli  mandato la sua mela pur ricordando che il primo goriziano di sempre nel cuore di Arturo resta Pino Brumatti. Brave anche le giocatrici che hanno ricordato con un primo Memorial il Settimio Pagnini che era davvero un maestro adorabile, A proposito di riconoscenza, sperando che non siano trovare elettorali, a Varese hanno   deciso che il Dino Meneghin da Fener sarà cittadino onorario nella città dove è stato un grande campione ( eh sì caro presidente Pertrucci siamo sicuri che a Varese ricordano Dino  con la maglia Ignis più che con quella della Nazionale).
Siamo desolati di dover annunciare che a Roma il basket si arrampica su  spelacchio e galleggia in fondo alla classifica di A2. Visto che il Pallotta odiava il calcio e dirige la Roma non potrebbero tirarlo in mezzo per fare una bella società delle due che arrancano?
Abbiamo capito benissimo il veterano Tonino Zorzi quando ha parlato dell’incompiuta Gallinari, del Bargnani che il Grigo avrebbe messo nel girone dei lessati, mentre siamo rimasti sbalorditi quando ha detto che al matrimonio di un ex collega, suo amico, non ci è andato perché in fondo all’invito era segnalato l’IBAN. Cioè.
Pagelle da sole invernale:
10 Al VITUCCI che ha fatto finta di non accorgersi della cattiva memoria di   una dirigenza torinese già da cartellino rosso per la rottura con Luca Banchi.
9 Ad Attilio CAJA per aver resistito nella miniera perché la vittoria di Varese a Venezia potrebbe davvero essere  la svolta in una stagione dove tante cose sono andate male, ma tante sono andate come succede se hai poco in cassa e non tutti i tuoi giocatori ti capiscono.
8 A MENEGHIN(68) e PREMIER (60) per un abbraccio ideale del basket con un po’ di memoria nel giorno del compleanno di due campioni che hanno fatto storia. Sarebbe bello se nel raduno per “ lunghi”, finalmente qualcosa sai muove, con Fucka a Roma si trovasse qualcuno almeno somigliante.
7 Ai VETERANI del basket, ai MATURI baskettari di tutta Italia, se riusciranno a trovare angoli come quello che ha allestito a Milano in Conca del Naviglio il Mario LOSIO che ha unito con una retina il mondo dei cestisti di Formentera e quello milanese del Papetti dove troneggia REALE.
6 Al PARRILLO di Cantù che in mezzo a tanti assi ha trovato il braccio per condannare una Sassari che è tornata ad avere incubi quando sembrava uscita dalle sue crisi e pronta a stupirci di nuovo.
5 Al presidente PETRUCCI, 8 per l’intervista a Repubblica, 7 per i contenuti, perché al responsabile degli arbitri TEDESCHI dovrebbe chiedere di spiegare ai dirigenti di società irrequieti perché LAMONICA dirige in Eurolega e in Italia mandiamo in campo gente che spesso pensa al VAR soltanto per stare un minuto di più in diretta televisiva.
4 A Fiona MAY, grande saltatrice in lungo, grandissima dello sport, madrina della coppa Italia di basket, se non porterà al Mandela Forum sua figlia Larissa, neo primatista italiana allieve di prove multiple, perché siamo sicuri che si potrebbe innamorare anche di uno sport di squadra, anche se il padre Iapichino, astista,  e la madre, chiaramente, la ispirano per lo sport della loro grandezza che ora vive in carestia di atleti e dirigenti, ma, fortunatamente, non di tecnici.
3 Alla crisi senza fine di CAPO d’ORLANDO. La speranza è che smaltita la sbornia di coppa, con i 15 giorni di sosta per la festa di Firenze, possano ritrovare quello che era lo sguardo speciale di un posto speciale, un piccolo borgo antico dove il professionismo sembrava felicità. Lo scriviamo per la storia passata e non certo per augurare ad altri di scendere in A2.
2 Ad Amedeo DELLA VALLE se non avrà rielaborato dentro la sua testa la prestazione di Bologna e le due partite che sono venute dopo. Dipende da lui quello che può e vuole essere, ma intanto si ricordi che a Reggio Emilia deve ancora molto.
1 Alle SCUOLE AMERICANE sogno di tanti virgulti del nostro basket perché non è sempre detto che ti facciano migliorare  e vedere, ad esempio, il MUSSINI reggiano regredito rispetto a quello che Menetti fece esordire in coppa Italia ci lascia perplessi, anche se ci sono evidenti problemi fisici e tecnici a certi livelli.
0 A Carlo RECALCATI, il caro micione CHARLIE, perché il suo ritorno in panchina a Torino ci ha rubato la rabbia che avevamo verso la dirigenza FORNI di Torino. Ha fatto così tanto per il nostro basket, sul campo, in panchina, che  non potevamo prendercela con lui mentre ci auguravamo uno sciopero bianco di tutti gli allenatori davanti a chi  confonde i ruoli soltanto perché paga.

Oscar Eleni