NBA - L'All Star Game 2017, un lunapark di baracconi assortiti

 di Umberto De Santis Twitter:   articolo letto 544 volte
NBA - L'All Star Game 2017, un lunapark di baracconi assortiti

Domenica scorsa è andato in scena un film che avrebbe potuto far parte delle saghe cinematografiche di una coppia Boldi-De Sica tipo "Natale ai Caraibi" o "Vacanze a Cortina" intitolato "Carnevale a New Orleans" solo che invece di svolgersi sulle strade, si è consumato all'interno dello Smoothie Center dei Pelicans con il nome di All Star Weekend. L'MVP della partita era deciso prima della palla a due. La caccia al record avrebbe prodotto un punteggio altissimo 192-182 frutto di schiacciate e alley-oop contro avversari che facevano finta di esserci. E assoluta mancanza di agonismo, che è il sale perfino di uno scapoli-ammogliati con pancette e crampi a gogò.

La NBA è rimasta vittima del suo Golem, estremizzato fino al punto di diventare la parodia di se stesso. Non sanno più che inventare: Dwyane Wade, dopo aver chiesto almeno otto minuti di partita vera, se ne è andato a prendere il sole in spiaggia a Miami. Che la formula sia ormai obsoleta ce lo dimostra anche l'annullamento dell'All Star Game italiano. E la discreta noia che le gare di schiacciata e tre punti hanno portato alle Final Eight di Rimini. La spettacolarizzazione dello sport alla fine va bene ma fino a un certo punto. Ci vuole agonismo e la sfida dei due punti per dare sale a una competizione. Mentre oggi ogni movimento intorno ai giocatori, specie ai cosiddetti simboli delle franchigie, è tutto concentrato a raccontare la costruzione a tavolino di una carriera mirabolante per numeri tale da creare tanti cloni commerciali di Michael Jordan o di LeBron James. Un uomo non come tale o come atleta, ma l'incarnazione di un brand. Un weekend passato a girellare tra i baracconi di un lunapark virtuale e televisivo, dove tutti erano intenti a vendere la propria merce. Altro che Love of the Game. Buona fortuna a questi mirabolanti venditori di fumo.