Ma le vere stelle sono italiane

L'All Star Game, appuntamento ormai tradizionale, ma dobbiamo riflettere sul significato del confronto e sul basso livello di gioco mostrato
14.04.2014 08:37 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1460 volte
Fonte: www.marioarceri.it
David Cournooh
David Cournooh

Ci rende felici ogni vittoria della Nazionale, a qualsiasi livello e contro qualsiasi squadra giochi, e così il successo nell'All Star Game, che è tornato a ripetersi anche quest'anno ad Ancona (l'ultimo stop nel 2003, ma sul sito della Lega almeno fino alle due di notte era ancora data vincente la formazione delle All Star!), viene accolto con entusiasmo, soprattutto perché, se il migliore in campo è stato giudicato Stefano Gentile (come già a Biella quindici mesi fa se non mi sbaglio, e peccato non averlo visto in coppia con Alessandro), l'esordio di Amedeo Della Valle, da pochi giorni in Italia, è stato particolarmente brillante.

Con un bel po' di forfait di cui tener conto (Aradori, Pini, Cusin, Moraschini, Tommasini), Pianigiani ha messo su una squadra di giovani e di giovanissimi. Per la prima volta insieme Luca e Marco Vitali, un'altra coppia di fratelli in azzurro e non ce ne sono stati molti nella storia del nostro basket. E poi la prima volta...

nella Nazionale maggiore di Cournooh, di Fontecchio, di Tessitori, di Zerini, dello stesso Michele Vitali: la meglio gioventù italiana che ha trovato ad Ancona la condizione ideale per mettersi in mostra divertendosi e facendo divertire.

L'Italia, perché le cosiddette All Stars sono state una delusione, e il termine non rende in pieno la sensazione che tutti hanno provato vedendo in campo le stelle straniere della nostra Serie A.

E allora, va bene l'All Star Game, appuntamento ormai tradizionale, ma riflettiamo anche sul significato del confronto. C'è chi, nei giorni scorsi, ha ricordato le partite delle stelle che si giocavano negli anni ottanta, quando sul parquet scendevano fior di campioni che al talento indiscusso, al prestigio personale, univano anche l'orgoglio di esserci. Vederle in questa occasione o ci viene confermato il bassissimo livello raggiunto dai tantissimi giocatori d'importazione (questi dovrebbero essere i migliori, al lordo della necessità di rappresentare il maggior numero di società) o viene affermato il principio che nella domenica delle Palme tutti o la maggior parte di essi avrebbero voluto essere altrove percependo in maniera davvero minima il senso di rappresentanza di un'intera categoria.

Problemi loro: a fare gli onori di casa era la Lega, talmente generosa con gli ospiti in maglia azzurra da avergli fatto fare una gran bella figura, fermando la propria selezione sotto i 60 punti. Diciassette punti di scarto, visto il basso punteggio, sono un'enormità: piace pensare che siano dovuti alla bella difesa attuata da Pianigiani, ma forse c'entra anche lo scarso livello sia tecnico sia mentale, di motivazione, degli americani.

Sostengo una volta di più il punto di vista di Petrucci quando garantisce l'impegno di dare più spazio e più fiducia ai giocatori italiani: se questi sono gli stranieri, perché in campionato non dovrebbero giocare di più i nostri? Se non altro sotto il profilo dell'impegno darebbero molto di più.

Sul senso di proseguire in questi confronti si pronuncerà Ferdinando Minucci quando dal primo di luglio assumerà la presidenza della Lega che, indubbiamente, avrà molti problemi da risolvere, pensando un po' meno a mischiare ulteriormente le carte con nuove regole, formule, deroghe, wild card ed similia, e un po' più a costruire un campionato, la massima Serie, la più rappresentativa della nostra pallacanestro, che sia appunto un po' più nostra e migliore, invitando i club a lavorare maggiormente sulla qualità che si traduce in spettacolo, in appeal, in gradimento del pubblico, in risultati tecnici ed economici, in promozione della pallacanestro, migliorando la comunicazione.

Mancavano Hackett, Alessandro Gentile e Melli, mancavano i quattro "americani", mancavano Aradori e Cusin, ed anche Poeta e Rosselli: insomma, mancava la vera Nazionale, eppure i giovani sono piaciuti e l'iniezione di entusiasmo sarà sicuramente positiva, un investimento prezioso sul futuro, la dimostrazione che alla fine qualcosa si sta muovendo e che quindi è necessario, opportuno e produttivo, insistere sulla crescita dei nostri giovani.

Ettore Messina ha iniziato la sua collaborazione alla Gazzetta dello Sport (gran bell'acquisto) parlando diffusamente di Belinelli e del suo impegno continuo a migliorarsi, Se posso aggiungere qualche parola, conoscendo Marco da molti anni, ricordo che il suo obiettivo fin da giovanissimo era la Nba. L'ha raggiunta e, tagliato il traguardo, non si è limitato ad aggiungere la prestigiosa referenza sul suo biglietto da visita, ma ha continuato ad impegnarsi per diventarne un protagonista. In vista dei play off, a questo punto, facciamo un po' tutti il tifo per San Antonio: sarebbe molto bello che, al successo nel tiro da tre puniti durante l'All Star Game americano (un po' meno dimesso del nostro), aggiungesse l'anello, primo italiano a conquistarlo, ma i progressi sono stati comunque notevoli ed evidenti, fino a diventare davvero un punto di riferimento e un motivo di esempio per tanti nostri giovani.

Mario Arceri