Femminile in crisi chiude anche il Cus Chieti

07.03.2014 08:19 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 3938 volte
Fonte: www.marioarceri.it
Mario Di Marco
Mario Di Marco

In autunno cadono le foglie, avvicinandosi la primavera scompaiono le squadre di basket. Stavolta tocca alla femminile, ad una Serie A già ridotta ai minimi termini che, per strada, perde anche il Cus Chieti. Ed è una perdita dolorosa, perché la società neroverde era una delle più antiche, perché fa capo ad un consigliere federale, Mario Di Marco, che è stato a lungo anche presidente di Lega ed uno dei dirigenti del settore tra i più propositivi. 

Chieti è una piazza storica, nella seconda metà del passato decennio ha ospitato un Europeo femminile senior e diversi campionati continentali di categoria. Il Cus è stato per tanti anni il fiore all'occhiello...

di una delle Università più prestigiose dell'Italia centrale, la Gabriele D'Annunzio, trovando nella sua facoltà di scienze motorie uno dei centri più attivi per lo sport universitario e per il basket in particolare. 

Nacque quasi mezzo secolo fa e nelle sue prime formazioni, guidate da Gino Di Tizio, si misero in luce Augusta Menna, ma anche le mamme di due eccezionali sportivi: Stefano Mancinelli e Fabrizia D'Ottavio, per anni la 'capitana' delle "farfalle" della ginnastica ritmica che hanno donato all'Italia titoli e medaglie olimpici e mondiali, e il cui padre è stato una colonna della Rodrigo nella sua stagione più felice negli anni settanta. Un background, dunque, notevole per un sodalizio che ha scritto pagine importanti per la pallacanestro femminile e che ora, a poche giornate dal termine della stagione, si arrende ad una situazione economica diventata tragicamente insostenibile.

E' una perdita importante, per me particolarmente dolorosa per il piccolo ruolo che ho nella didattica della facoltà teatina, ma per il basket italiano terribilmente indicativa delle condizioni ormai insostenibili nelle quali versa il settore femminile che paga l'esaurirsi progressivo delle vocazioni, ma anche una crisi generalizzata che sta esplodendo colpendo anche sodalizi storici. L'elenco di quest'anno si allunga: Siena, venuto meno il contributo della banca cittadina, un tempo tra i più grandi istituti di credito italiani, Lucca, ed ora Chieti, per non pensare a quello che prevedibilmente potrà accadere a fine stagione, ai livelli più bassi, quando si tirerà il consuntivo di una stagione particolarmente pesante.

La crisi del Cus Chieti sottolinea anche il disimpegno forzato degli Atenei italiani nei confronti dello sport per tutelare la didattica in tempi di difficoltà crescenti per la struttura accademica italiana. E marca ancora più forte il declino sempre più evidente del basket femminile che pure a livello di Nazionale conta risultati recenti addirittura migliori del maschile. 

La crisi è dirigenziale: mancanza di programmazione, di politiche adeguate di comunicazione, di strategie utili per favorire il reclutamento, di incapacità di contrastare la popolarità crescente e l'appeal per le bambine di altre discipline, la ginnastica, la danza, ma anche la pallavolo e il calcio. E' storia vecchia: sembrano passati secoli da quando le nostre squadre (Vicenza, Cesena, Priolo, la stessa Roma che giusto trent'anni fa conquistava la Coppa Ronchetti nei giorni in cui il Banco di Roma trionfava in Coppa dei Campioni) dominavano in Europa, e invece sono passati appena vent'anni dagli ultimi successi, da una Nazionale che conquistava l'argento continentale e poi l'oro universitario. Ma del resto erano tempi in cui anche la maschile dominava in Europa e a livello giovanile piovevano medaglie europee. 

Cos'è successo? Analisi ne sono state fatte e parecchie: colpa della Bosman, è questo il paravento dietro cui nascondere tutte le colpe, ma la Bosman ha colpito indifferentemente tutti i Paesi dell'area comunitaria. Quella che per altre nazioni (la Grecia, la Spagna, la Francia, la Germania) è stata un'opportunità tecnica per far crescere parallelamente il movimento interno lavorando duramente e con successo sui giovani, per noi è stata la giustificazione per abbandonare il lavoro sui vivai, sul reclutamento, trasformato, a causa di improvvide norme, in un'occasione da sfruttare economicamente, ma solo per quelle società che hanno avuto il coraggio, la voglia ed anche la disponibilità di strutture adeguate, di trasformare la ricerca e la costruzione di atleti validi a livello assoluto in allevamenti di modesti giocatori in grado però di produrre, sulla quantità e non per qualità, laute risorse.

La crisi attuale dimostra che il sistema non ha pagato in termini tecnici. Il minibasket è considerato da molte società la risorsa che consente di sostenere un minimo di attività federale, ed ora è aggredito dalle politiche degli enti di promozione sportiva che offrono condizioni più favorevoli, ma nessuna garanzia di evoluzione tecnica. Le società, tranne poche eccezioni, non investono più su istruttori validi, ed è sicuramente mancata una campagna di sensibilizzazione sull'importanza del ruolo dell'educatore e dell'insegnante di basket per i più giovani.

Il presidente Gianni Petrucci ha fatto sentire la sua voce, mercoledì, in Consiglio Nazionale del Coni. L'Unione Europea ha messo in mora la Federbasket per i limiti posti alla libera circolazione degli atleti comunitari. Era già successo con la pallanuoto, a maggior ragione con il basket che ha un settore professionistico. Petrucci ha chiesto la tutela del Coni, minacciando altrimenti di bloccare la concessione di visti agli extracomunitari: "Non ci sto a vedere in campo solo giocatori stranieri", ha detto. E chiede che il Coni intervenga presso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, affinché nell'ormai prossimo semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, affronti anche il problema dell'atipicità dello sport: "Non si capisce perché non debba essere riconosciuto che lo sport sia atipico rispetto alle altre attività commerciali. Il basket per la attuali norme è la disciplina che paga più dazio degli altri".

Non sembra che Renzi finora abbia mostrato particolare interesse nei confronti dello sport, ed è molto difficile che la UE riveda le sue posizioni, consolidate ormai da vent'anni. Le convenzioni che Fip e Lega stipulano anno dopo anno sullo status dei giocatori con formule che garantiscano una minima presenza di giocatori di formazione italiana hanno contribuito solo a limitarne sempre di più lo spazio. 

Certo, fisiologicamente continuiamo a produrre atleti di valore, quanto basta per costruire mezza Nazionale, e ci sono società come Cantù, Reggio Emilia, Venezia o Caserta che dànno ospitalità e minutaggio a un numero discreto di italiani, oltre naturalmente a Milano che si è accaparrata i giovani migliori, ma per quasi tutte le altre i nostri servono a coprire la quota dovuta intristendosi in panchina. Poi avviene anche qualche miracolo, come l'oro dell'Under 20 maschile, l'argento della femminile, il quarto posto delle due Under 16, risultati che quest'anno ci hanno collocato al secondo posto in Europa dietro la Spagna. 

Il merito è essenzialmente dei bravissimi allenatori federali che hanno fatto miracoli con il ristretto numero di talenti a disposizione, ma quello che manca è la base, manca chi possa sostituire Bargnani o Gallinari, Hackett o Mancinelli o lo stesso Gigli, all'80 o al 60% del loro valore. Insomma, abbiamo i Datome e i Cinciarini, i Belinelli e i Gentile, gli Aradori e i Melli, ma dietro di loro c'è il vuoto, e gli stessi campioni d'Europa dell'Under 20 nelle loro squadre di club non vanno oltre gli 8-10 minuti a partita, perfino nelle due serie minori di metallo più o meno pregiato.

Bisogna allora cominciare a colmare quel vuoto, a  lavorare su quella fascia di mezzo, a pensare a soluzioni anche drasticamente rivoluzionarie: se la Serie A vuole il blocco delle retrocessioni, e cioè trasformarsi in una superlega chiusa, la si lasci al suo destino, di squadre di soli stranieri. La Federazione si occupi invece del basket "dilettantistico", rinunciando agli Under che vivono un solo anno per poi scomparire e mettendo eventualmente un limite agli Over, ricostruendo una vera scuola italiana. Convocando magari una grande Conferenza, una sorta di Stati Generali del basket, che metta intorno a un tavolo tutte le componenti della nostra pallacanestro e soprattutto i "grandi saggi", gli uomini e le donne che hanno fatto la nostra storia e che possono portare un importante contributo di conoscenza e di prestigio, guardando all'esperienza vincente di altri Paesi, dando vita ad una vera epoca di ricostruzione di un movimento che dal 1995 ha vissuto di gloria passata e di continui rattoppi recenti.

Mario Arceri