'Beli' sul tetto del mondo

Marco Belinelli, 28enne di San Giovanni in Persiceto, restava sveglio di nascosto, insieme ai fratelli, per guardarsi la Nba e sognarla ad occhi aperti. Un sogno che ha a lungo inseguito fino a realizzarlo
17.06.2014 17:09 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 1552 volte
Fonte: www.marioarceri.it
Marco Belinelli
Marco Belinelli

L'immagine più bella è quella di Beli avvolto nel tricolore. Mentre l'Italia del pallone si dà da fare per far sognare milioni di italiani, Marco il suo sogno l'ha realizzato, accompagnato, sospinto nell'impresa di San Antonio dall'abbraccio e dal sostegno dell'Italia dei canestri che sarà pure numericamente inferiore all'altra, ma sa dimostrare un entusiasmo e una passione ancora maggiori. Anche perché di soddisfazioni in questi ultimi tempi non è che ne abbia avute molte.

Belinelli per una notte meglio di Pirlo e di Balotelli. Belinelli per una notte ha lasciato svegli tantissimi italiani e, se non ci son stati caroselli per le strade, è perché alle sei di mattina la gente in strada comincia a scendere per andare a lavorare e perché il basket è quello che è, bellissimo e trascurato. In attesa di tempi migliori, godiamoci il successo di questo ragazzo che a sei anni...

restava sveglio di nascosto, insieme ai fratelli, per guardarsi la Nba in tv, e che questo sogno (la Serie A, la Nazionale, la Nba, infine l'anello) l''ha tenacemente perseguito fino a realizzarlo.

Ecco, la vita di Marco potrebbe essere un manifesto per i nostri giovani, i tanti che hanno un sogno e lo lasciano sbiadire, i tantissimi che hanno perduto perfino i sogni. Una storia dei nostri giorni esemplare che i nostri governanti impegnati a infondere fiducia potrebbero ben promuovere come immagine e stimolo per chi la fiducia l'ha persa da tempo (e forse non la riacquisterà mai più) e soprattutto per chi sta entrando nell'età in cui si vuole aver fiducia (e forse non la conquisterà mai). 

E' la storia di un ragazzo che da San Giovanni Persiceto, alle porte di Bologna, ha seguito tenacemente la strada  che si era scelto fin da bambino e infine ha tagliato il traguardo più alto. Leggendo i giornali non sembra che i nostri governanti abbiano percepito l'importanza del successo raggiunto da Marco, non mi sembra che, a parte Petrucci e Malagò (autorità sportive), si siano sprecati i complimenti pubblici per la sua impresa, o forse non sono stati adeguatamente pubblicizzati. Forse l'America (del Nord, perché quella del Sud ci sta inondando di messaggi calcistici) è lontana, l'altra faccia della Luna? Ecco, Lucio Dalla lassù sicuramente starà brindando e avrà già in testa musica e versi, sul ritmo di un pallone che rimbalza sul parquet e del sibilo della sfera che schiaffeggia la retina, raccontando la storia del ragazzo che sognava la Nba e infine l'ha conquistata. Lucio che l'ha visto nascere e crescere e che sicuramente l'ha amato anche quando ha lasciato la V nera per la F blu sul petto.

Belinelli non è stato troppo fortunato in patria. Cresciuto nella Virtus avendo Ginobili per mito, fatto esordire sedicenne da Tanjevic nell'anno più orribile della storia virtussina, ha raccolto nella Fortitudo assai meno di quanto lui e la società avrebbero meritato, nel post-Seragnoli: un solo scudetto. E anche in Nazionale il declino del basket azzurro gli ha impedito le soddisfazioni che avrebbe meritato. Però il suo sogno lo proiettava nella Nba dove ha fatto umilmente apprendistato prima di arrivare a San Antonio dove ha ritrovato Ginobili e dove si è ritagliato momenti importanti: la specializzazione nel tiro da tre che l'ha portato a vincere la gara dell'All Star Game, l'high di carriera con i 32 punti a New York, infine l'anello di domenica notte.

Sa un po' di retorica l'immagine di Beli emigrante di ultima generazione, approdato negli Usa a caccia di successo, trovandolo. Un po' meno, e sicuramente molto più attuale, pensare che si pone come simbolo di quanti, e in ogni campo, talenti puri, sono obbligati a lasciare l'Italia per trovare fortuna all'estero. E qui il discorso ci porta nel basket di casa nostra, a domandarci come e perché c'è un solo Belinelli, anche se abbiamo Bargani e Gallinari, e pure Datome che dall'esempio di Beli può trovare stimoli e motivazioni perché ha voglia, testardaggine e anche fiducia.

Bianchini ha aperto in queste ore sull'argomento un bel tavolo di discussione. La Lega potrebbe aver cambiato rotta con l'elezione alla presidenza di Fernando Marino, che è giovane, nuovo dell'ambiente e quindi abbastanza coraggioso da intraprendere vie nuove per reitalianizzare il campionato di vertice, riconquistare l'attenzione della gente, ora ancora più distratta dal dorato e spettacolare mondo della Nba, spingere i suoi soci a costruire squadre che abbiano un'identità con il territorio e con la scuola nazionale. Una scuola che non è poi tanto male se a livello giovanile si vince o comunque si fa bella figura, ma che poi si sfalda quando si cominciano a contare le eccellenze che riesce a produrre, o, quanto meno, che le società maggiori sono disposte a prendere in considerazione.

E' come se, in questi giorni, gioissimo per Pirlo che gioca nel Barcellona e non nella Juventus, di Candreva che gioca nel Pgs e non nella Lazio, di Balotelli che gioca ancora nel Manchester City e non nel Milan, di De Rossi che gioca nel Bayern Monaco e non nella Roma. Il calcio è ancora in grado di produrre i De Sciglio e i Dermian, i Verratti, gli Immobile e gli Insigne (sempre grazie, Zeman). Ha una scuola e ancora produce giocatori di vertice: forse sarà il caso di capire come e perché, visto che l'Italia è una sola e il modello sportivo dovrebbe essere comune per tutti.

Forse, per restare nel nostro piccolo ambito, sarebbe finalmente, come si va dicendo da sempre, il caso di premiare la qualità del lavoro e non la quantità, di incentivare economicamente l'utilizzazione dei più giovani senza zavorrare economicamente le società tassandole allo stesso modo anche per i vecchi ormai senza più speranze nè futuro. E invece si obbligano i club all'impiego di Under che servono solo a coprire gli ultimi posti della panchina, ogni anno diversi. E se si compensassero significativamente le società che producono giocatori per la Nazionale? Ne varrebbe la pena, come varrebbe la pena formare un po' meglio i formatori (il bisticcio è voluto), invitandoli (e preparandoli) a lavorare più sugli individui che sulla squadra, almeno nei primi anni. Una squadra giovanile di dieci mediocri giocatori vincerà sempre contro una squadra che ha un buon talento e nove comprimari, ma un futuro (per il basket italiano ed anche per le squadre di vertice) l'avrà solo quel talento, se pure resisterà agli anni di "formazione".

Investire sui giovani in modo nuovo e diverso, visto il fallimento dell'attuale sistema certificato dai negativi risultati delle due Nazionali maggiori (mettiamo nel conto anche la femminile), avere un campionato di vertice più italiano, creare nuovi protagonisti (Gentile, Hackett, Cinciarini, Aradori, e poi? Ora che smettono anche… Galanda e Tonolli), significa gettare le basi per uno o più nuovi Belinelli, ma soprattutto offrire nuovi simboli, maggiore credibilità, più attenzione e soprattutto un'immagine di successo a un basket che l'ha persa da tempo.

Mario Arceri