Alle spalle sette giorni storici

19.03.2013 10:46 di Redazione Pianetabasket.com   Vedi letture
Alle spalle sette giorni storici

(Mario Arceri) - Si parlerà molto nei prossimi giorni degli ultimi due secondi della partita di Sassari che hanno dato la vittoria e il primo posto in classifica al Banco di Sardegna nella sfida con Varese, che ha peraltro confermato una volta di più di meritare senza ombra di dubbio quel primato che condivide con la squadra di Meo Sacchetti. Infrazione di piede, passi, prima del canestro di Bootsy Thornton (11 punti nel quarto periodo) che ribalta il risultato appunto negli ultimi convulsi secondi di gioco. Un risultato pesantissimo perché riapre la corsa verso la pole position in vista dei play off che, altrimenti, Varese avrebbe fatto sua con quasi matematica certezza, e, indirettamente, avvantaggia la Virtus Roma che è ora a soli quattro punti dal vertice, avendo però...

di fronte a sè le trasferte di Varese e Sassari (ed anche Biella). Sulla carta, visto il rendimento esterno della formazione di Calvani (nove vittorie e solo tre sconfitte, 7 successi e 4 ko invece in casa), l'Acea può rappresentare un'insidia da non sottovalutare, anche nei play off (al cui raggiungimento, oggi, le mancano appena quattro punti) soprattutto nelle lunghe serie al meglio delle sette partite.

Un bel giallo, dunque, nel finale di Sassari nel quale il Banco ha vinto una volta di più allo sprint, per il quale Varese ha molto da recriminare, ma novità importanti anche immediatamente sotto in classifica, visto che alla vittoria di Cantù su Pesaro, si sono unite le sconfitte di Milano in casa con il sorprendente Cremona di Gigio Gresta e di Siena sul terreno di Caserta, evidentemente rivitalizzata dal cambio di gestione. Rapidamente da segnalare la vittoria di Avellino a Biella che inguaia, con le 7 triple (su 9 tiri) di Dragovic, l'Angelico (vani i 30 punti di Pinkney) e soprattutto il risveglio della Virtus Bologna che conquista il derby con Reggio Emilia fermandone il travolgente cammino delle ultime settimane, così come Montegranaro fa un ulteriore passo verso la salvezza acuendo la crisi di Brindisi.

Due parole merita Roma perché è riuscita a battere un'ottima Venezia nonostante la giornataccia di Taylor, il pessimo avvìo di Datome, il protagonismo di Dawal (suoi i primi 13 punti dell'Acea, 22 punti e 11 rimbalzi alla fine) che litiga con il coach, trovando nella saggezza di Goss, nell'orgoglio di Jones, nel ritorno di Datome e nel contributo di D'Ercole le chiavi per sventare la minaccia dell'Umana, brava in Clark e Szewczyk, reattiva fino all'ultimo con Bulleri e Rosselli (nove assist!), penalizzata dalle troppe palle perse.

Molto più spazio meriterebbero Milano e Siena, la prima all'ennesima figuraccia davanti al proprio pubblico in una prova collettivamente negativa, la seconda in crisi nera di risultati che ora si allarga anche all'Europa compromettendo la stagione di Euroleague condotta in modo straordinario fino a quindici giorni fa. Per la Montepaschi è evidente il calo psicologico e fisico con tutto quello che sta accadendo nella sua città e che non lascia indifferente la società, per Milano resta l'impossibilità di comprendere la "schizofrenia" di una squadra lucida e produttiva in trasferta, per quanto allegra e inaffidabile davanti al suo pubblico.

Eppure per entrambe è difficile pensare che l'attuale stato confusionale possa durare fino al termine della stagione, tale e tanto è il loro potenziale tecnico e lo stesso prestigio degli allenatori, ma questa è oggi la situazione, a conclusione - nel basket - di una settimana che si può definire storica, ma anche destinata (almeno è così nelle speranze di un buon 70% degli italiani) a cambiare radicalmente l'immagine e la sostanza del nostro Paese.

Sì, si è chiusa una settimana decisiva che (absit iniuria verbis) ha avuto un piccolo e modesto riscontro anche nel basket con la nuova caduta delle due grandi e l'affermazione di Sassari e Varese (al di là dell'esito della sfida diretta) protagoniste della stagione portandosi a rimorchio la piccola (di quest'anno) Roma.

Jorge Mario Bergoglio ha fatto innamorare Roma e l'intero mondo cristiano assumendo da Pontefice il nome di Francesco, il povero di Assisi, che nessun altro papa prima di lui aveva mai osato attribuirsi. E, pur nella maestà di successore di Pietro, nei primi giorni del suo pontificato ha offerto prove di umiltà e di amore non esitando a scendere in strada per unirsi alla gente, dimostrando - lui, venuto dall'altra parte del mondo - di interpretare veramente la missione che i cardinali gli hanno conferito in maniera diversa rispetto ai prìncipi della Chiesa che lo hanno nei secoli preceduto. La semplicità della parole che usa, la sua affabilità, il rifiuto degli onori, delle comodità, delle ricchezze attribuite al suo rango, lo rendono diverso, sicuramente più vicino alla gente e in particolare a chi soffre nel momento più difficile che la società sta attraversando. Se sia solo un'operazione di immagine o se la sincerità del comportamento verrà confermata in ogni suo atto futuro, saranno i prossimi mesi e i prossimi anni a testimoniarlo: per ora la sensazione è quella di avere di fronte un uomo determinato a cambiare il volto della Chiesa, a restituirle spiritualità, a spazzare via, per quanto gli sarà possibile, privilegi e le troppe zone d'ombra che ne hanno accompagnato il più recente cammino.

L'altro aspetto significativo di questa settimana, in rottura con il passato, è l'elezione alle due massime cariche dello Stato, dopo il presidente della Repubblica, di Laura Boldrini e di Piero Grasso. A presiedere Camera e Senato sono state chiamate due figure emblematiche, al di fuori delle logiche e delle correnti di partito, che rappresentano aspetti della società civile (l'impegno verso i più umili, i più poveri, i più emarginati, e la lotta alle mafie) fondamentali. Al di là dei colori sotto i quali sono entrati in Parlamento, il valore simbolico della loro nomina, in un'Italia devastata dagli scandali, dalla corruzione, dal vuoto etico, da incredibili manifestazioni di sapore eversivo e condizionata dai giochi di potere, è altissimo e dimostra come anche la classe "politica" abbia cominciato a prendere atto dell'insofferenza crescente, per non dire dell'ormai superata soglia di tolleranza, della gente per l'inettitudine, l'inconcludenza, la supponenza e in più casi i comportamenti ben oltre i margini fissati dai codici civili e penali, di cui ha fatto penosa mostra finora.

Sarà stato lo tsunami provocato dal successo del M5S, sarà stata la presa di coscienza che il limite di rassegnazione era ormai stato pericolosamente raggiunto se non varcato, sarà stata l'improvvisa e fulminante consapevolezza che governare (o ambìre a governare) vuol dire servire il popolo e non gli interessi propri o di partito: sta di fatto che la scelta di Laura Boldrini e di Piero Grasso rappresentano segnali ben precisi di inversione di rotta in senso democratico, di buon governo, di tutela dei meno fortunati, che sarebbe triste e delittuoso - oltre che estremamente rischioso per il Paese - sottovalutare, ignorare, o addirittura respingere.

Le elezioni politiche di febbraio (ed anche quelle del Coni, per restare nello sport) hanno confermato la richiesta di "nuovo" e di diverso rispetto a quello che per vent'anni l'Italia ha dovuto subire. La Chiesa, il Paese, lo stesso sport italiano ne hanno preso atto intraprendendo un cammino totalmente diverso che ora va seguito e supportato, almeno da quel 70% di italiani che se lo augura.